lunedì 28 novembre 2011

LA GIORNATA MONDIALE DI MR PARKINSON

28.11.2011
LA GIORNATA MONDIALE DI Mr PARKINSON

Domenica 27 novembre 2011 era la Giornata Mondiale di Mister Parkinson, mentre il giorno prima, nella mia città (Sassari),  il Centro Parkinson della Clinica Neurologica dell’ospedale  civile ha festeggiato i suoi 10 anni di attività, con una serie di incontri, di conferenze e di amorevoli pacche, da parte di medici e infermieri, sulle spalle dei parkinsoniani e relativo parentado. Non è chiaro che cosa ci fosse da festeggiare, ma va bene anche così: per cui, prosit!
Ciò che lascia perplessi, in queste occasioni, è l’insistenza, da parte dell’ufficialità, sulla presunta esatta denominazione del malanno, che non è più “morbo di Parkinson”, ma “malattia di Parkison”, come se il buon  Doctor James Parkinson fosse stato direttamente vittima del malanno e non studioso  e scopritore. Nessuno, infatti, si sogna di chiamare il Colera la “malattia di Kotch”, dal nome dello scopritore; mentre la diarrea, al contrario, si adegua benissimo alla definizione di  “malanno di Umberto”, dopo il diluvio Monti. Nel nostro caso, inoltre,  il termine “morbo” ha un puro valore storico, perché fu proprio così che, a suo tempo, fu denominato un vero malanno degenerativo del sistema nervoso, attribuendo la denominazione allo scopritore e non all’ammalato.
Ma chi era questo benemerito studioso che scoprì il morbo che causa la degenerazione del sistema nervoso di parecchi ammalati affidati alle sue cure (compreso il sottoscritto)? Per saperlo, occorre ritornare indietro  nel tempo, e più precisamente ai bei tempi delle rivoluzioni settecentesche, in particolare a quelli più vicini alla Rivoluzione Francese.
Com’è noto, la seconda metà del ‘700 fu il periodo storico più incasinato della Storia mondiale, tanto che nessuno Stato, dall’America all’Asia, ne fu completamente immune. Per dirne una: nel decennio che contrassegnò la rivoluzione parigina, persino la Sardegna sentì il bisogno di mandare a quel paese i baroni e i marchesi che dominavano l’Isola da almeno quattro secoli. Così accadde che ad Oristano, nel 1794, ci fu una violentissima rivolta antifeudale che fu guidata da una famiglia di commercianti. E sapete come si chiamavano quei baldi giovanotti rivoluzionari: i fratelli Enna (o Ennas), proprio così! Erano i miei  antenati “parigini”, i quali fecero un gran casino e riuscirono persino a scampare, almeno per un po’, alla feroce reazione baronale. Ma di queste vicende parleremo la prossima puntata, dove spiegherò perché l’ombelico dei neonati, in Sardegna, si chiama “Sa enna ‘e s’anima”: la porta dell’anima! Da quella porta/ombelico (enna, janna, janua, janas, Giano, gins) si entra e si esce con un passaporto speciale... Amen!
Ma ritorniamo al nostro James Parkinson e alle sue vicende storico-scientifiche.

James Parkinson nacque a Londra nel 1755. Era figlio di un chirurgo molto apprezzato nella London bene, che intuì  subitolo le buone potenzialità del giovane James e lo indirizzò allo studio della medicina. Ma al nostro James, più che lo studio, interessava maggiormente l’analisi di una società che sentiva gli echi di un modello di vita, proveniente dal continente europeo,che sempre di più si allontanava da quello aristocratico e curiale di origini ancora medievali, per puntare su una nuova società dominata dalle capacità organizzative e produttive di quella che veniva già chiamata la “società borghese”. Così James continuò gli studi fino al conseguimento della laurea in medicina all’Hospital Medial College di Londra, senza però trascurare l’attività politica “sovversiva” dei suoi amici rivoluzionari, il cui obiettivo finale era quello di far fuori  l’allora re d’Inghilterra Giorgio III. Per sfortuna dei rivoluzionari, il tentativo di golpe fallì miseramente,  e i giovani golpisti finirono tutti in prigione, compreso il giovane James, che però fu assolto durante  il processo, perché dimostrò di essere estraneo al tentativo di assassinio del re. Così poté  riprendere l’attività di chirurgo, che lo allontanò sempre di più dall’attività politica per abbracciare completamente quella di medico ricercatore.
Nel 1817, James Parkinson pubblicò il suo primo lavoro su quella che lui chiamò “paralisi agitante”, che interessava sei casi di suoi pazienti, che soffrivano di tremore, acinesia e rigidità non controllabili. Ma soltanto una quarantina d’anni più tardi, quado James era ormai già defunto dal1824, lo studioso francese Jean Marie Charcot descrisse in un trattato questa particolare condizione clinica, che chiamò "Morbo di Parkinson". E se un grande  esperto come Charcot, appena 160 anni fa chiamò “morbo” quello strano malanno, perché oggi laosi vuole presentare come una banale “malattia”?

“Come fu” che io  conosca tutte queste cose sul morbo di Parkinson? Perché ho studiato, ho letto dei trattati grossi come mattoni... ma soprattutto ho copiato da Internet.
Perciò chiudo questa puntata, citando una curiosa notizia che ho letto sul sito www.parkinson.it, secondo cui...

Ballare il tango per un anno migliora la funzione motoria nel Parkinson
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Martedì 11 Ottobre 2011

tango.jpgI risultati di uno studio controllato

Nell'ambito di uno studio controllato che ha confrontato 31 pazienti parkinsoniani che hanno 
 partecipato ad un programma di ballo argentino (il tango) due volte alla settimana con altri 31 
pazienti che non lo hanno seguito, dopo un anno i pazienti ballerini hanno presentato un 
miglioramento del 28,7% (12,8 punti) del punteggio motorio sulla scala UPDRS, nonchè 
miglioramenti significativi in un test di equilibrio (MiniBESTtest), del freezing (questionario 
FOG) e del cammino (test del cammino per 6 minuti).

Fonte: Duncan & Earhart Neurorehabil Neural Repair online 29 settembre 2011

                             Da Parkinson.it

Bella cosa, non vi pare ? Peccato che io, a mala pena, sappia ballare solo il valzer e
“Su ballu tundu”!

sabato 29 ottobre 2011

MONSU' PARKINSON DEL LIBRO CUORE

MONSU’ PARKINSON DEL LIBRO CUORE

Diciamoci la verità. Il vero problema del mondo di oggi è sempre la Comunicazione. Che però non è mai stato un problema esistenziale, del tipo: “Essere o non essere…Chi siamo, dove andiamo, cosa facciamo, chi paga la cena”…, eccetera. E non è nemmeno una questione di rapporti umani, ma è principalmente un problema di tempo e di tecnologia. Una volta, per esempio, quando non c’erano ancora i telefonini, la posta elettronica e così via, ci si scriveva le lettere, perché la gente aveva un mucchio di tempo da perdere. Se le scrivevano gli innamorati, gli emigrati, i  parenti lontani. Nell’Ottocento,  le scrivevano addirittura i padri ai figli.
Prendiamo il caso del “Libro Cuore”,  quello di Edmondo de Amici, che tutti conosciamo e che ha fatto lacrimare generazioni di scrivani. In questo libro c’è un padre che, per comunicare con il figlio (il quale, si badi bene,  abita a casa sua, mangia alla sua tavola con lui e ogni mattina gli dà persino il bacetto affettuoso  prima d’andare a scuola) : ebbene,  tutte le sante sere questo brav’uomo  sente la necessità di scrivere una lettera al figlio Enrico. Perché lo fa? Forse Enrico ha qualche problema psicologico? E’ balbuziente? Oppure è addirittura sordomuto? Noi non lo sapremo mai. Forse, però,  era  semplicemente quello il suo modo naturale di comunicare, perché, magari,il sordomuto era proprio il padre, chi lo sa?
Ma quel che ci interessa principalmente, in questa sede, è il “tremulo braccio” del papà di Enrico, descritto dall’iconografia ufficiale, che si attarda a definirlo “emotivo” o, peggio ancora, “istintivo e passionale”, ma che a noi appare piuttosto “parkinsoniano”, Lui non lo sapeva, perché il suo creatore forse non ne conosceva neppure l’esistenza. Così un banale tremolio faticatorio  diventava un fattore emotivo in più per avvallare il romanticismo genitoriale del nostro papà scrivano, Monsù Bottini.   
Ma con sua moglie, nel normale rapporto di coppia,  come si comportava, il padre di  Enrico? Ogni volta che doveva comunicare con lei, le scriveva un romanzo d’appendice?…  “Cara Mariarosa Verdirame Princivalle”…  Questo, naturalmente, nelle occasioni ufficiali. Ma nelle situazioni, diciamo così, più intime - la sera a letto, mentre lei s’infilava dentro le lenzuola con la camicia da notte a scafandro, ma senza bigodini , con due bottoncini sbottonati  in maniera civettuola e le caviglie completamente nude - lui che faceva? Si sedeva sul bordo del letto, si chinava sul comodino, prendeva carta e penna e, col suo braccino tremolante, incominciava a scrive: “Cara moglie”. .. Oh! Sua moglie era proprio lì, a due centimetri da lui, bastava allungare una mano, scuoterla un po’, e quella era pronta al sacrificio… Macché! Niente da fare…
“Cara moglie, domani  a pranzo, per il mio genetliaco, anziché la solita minestrina di verdura,  che pure fa tanto bene al mio apparato digerente, avrei tanta voglia di un bel piatto di pennette al sugo.  Ma non di quelle lisce, mia diletta,  bensì quelle  rigate, che mi fan tremar la mano mentre le colgo con la forchetta... proprio come quelle pennette che comprammo insieme, tanto tempo fa,  ricordi?, in quel negozietto all’angolo tra la Via Risorgimento e il viale Savoia… Sai, quell’ometto umile, meschino,  che zoppicava da una gamba  perché gli mancava un piede che gli fu amputato a Custoza, ed era anche  privo del braccino destro che perdette a Solferino… Quel caro, eroico mancino venditore di pennette!”
Oggi, per fortuna,  non è più così. La tecnologia moderna ha enormemente semplificato la comunicazione. I fidanzatini di oggi non sanno più nemmeno cosa sia, non  dico la penna stilografica, ma neppure la biro.  Beh, sì,  la biro la conoscono,  ma  solo perché, quando gli fa male il pollice, la usano per digitare i messaggini  SMS con il cellulare.  E qui, bisogna proprio dirlo,  la comunicazione è stata giustamente ormai ridotta all’osso, per ragioni di tempo,  di spazio e anche di costi.  Al punto che, per interpretare i messaggi dei giovani d’oggi, occorre un criptografo… 
Intanto, hanno eliminato tutte le vocali,  e questo è già un grosso passo avanti, perché in fondo che te ne fai delle vocali? A E I O U… Ormai sono diventate delle espressioni da borgatari:  “AO’, andò VAI?” – “UEH! Gennarie’!”… Inoltre, al posto di certi prefissi, ora si mettono i segni matematici e algebrici, che è poi una soluzione geniale, Faccio un esempio.  Lei digita sul “C - R –C- C”, che vuol dire “CaRo –CiCCi”… Si chiamano Cicci per semplificare, perché se lui si chiama Pierferdinando, diventa tutto un casino. Ma andiamo avanti col messaggino… C’è scritto  “X – K –NN – M- “,  che signfica “PerKè- NoN – Mi ”… Poi viene una “V”, insieme  a una “M”  E qui siamo proprio al rebus delle parole crociate…  In questo caso, infatti, occorre sapere che, nel gergo quotidiano della New Generation,   la “V” sta anche per Vela; e fare Vela vuol dire ancora: “Non andare a scuola”, proprio come ai tempi nostri. In questo caso, però, significa proprio “Vela” e basta….  E dove stanno le vele? Nelle barche. E le barche dove stanno a quest’ora? Nei porti… Dunque, se aggiungiamo la “M”, che vuol dire Mai, abbiamo una prima spiegazione del rebus:… “Perché - non – mi-  porti- mai” … Dove? Andiamo avanti: Ora c’è un segno +, quello dell’addizione,  che potrebbe voler dire tante cose, ma qui è accompagnata  da una “I” che rappresenta, sempre nel loro gergo privato, il simbolo di una candela. A questo punto è facilissimo, no?! Ricapitoliamo pazientemente… Il simbolo + potrebbe essere una Croce… mentre la candela è… di Cera… Dunque: Croce più Cera = Crociera: Da tutto questo, ecco la traduzione completa del messaggio “Perché- Non – Mi - Porti. Mai - In – Crociera?” Firmato:“TM”: “Ti – Amo”.

La cosa più interessante di questo genere di comunicazione telegrafica è che non l’hanno inventata i ragazzi moderni. Nossignori! Esisteva già all’età della pietra, pensate un po’. Mille e mille anni fa, infatti, gli uomini primitivi non conoscevano nemmeno loro le vocali,  e questo si capisce, perché erano davvero dei trogloditi… Comunque, sono state trovate numerosissime rocce piatte, gigantesche, su cui i primitivi scrivevano i loro messaggi. Gli archeologi le chiamano “Stele”: da qui la scoperta del “Linguaggio Stelegrafico”.  Che cosa volevano raccontare i nostri antenati? Per anni e anni e anni non ci ha capito niente nessuno. Fino a quando è stata trovata la “Stele di Umberto”, a Ponte di Legno.  E’ una roccia gigantesca, piatta, ben piantata davanti a una caverna. Sulla stele c’è scritta: “VD – CC – LL - SRGT - DP -  BTT - L - PS T” e poi la firma : MBRT. Dopo anni e anni e anni di studi, gli archeologi della Facoltà di Trento hanno finalmente interpretato la scritta, che secondo loro vuol dire: “VADO – A – CACCIA - ALLA - SORGENTE – DEL - PO – BUTTA – LA – PASTA – TUO - UMBERTO”…  Ma perché ci hanno messo tanto tempo a trovare la traduzione? Perché nel messaggio mancava l’intestazione. Non c’era scritto, che so: “Cara Margherita”, come si fa normalmente con le moglie. Ma poi si è capito che era una forma di immediatezza comunicativa, presumibilmente rallentata da un palese tremolio al braccino destro, dovuto alla tarda  età… C’era da capirlo, il povero Umberto: lui non scriveva con il telefonino o con la biro o con la penna d’oca. Lui aveva una specie di punteruolo fatto di ossidiana, su cui picchiava duro con un  masso di granito, e solo per scrivere la C di Cara ci volevano almeno tre quarti d’ora… E allora, che fai per rispettare l’etichetta? Fai scappare il bisonte?!

Sempre restando nell’ambito del rapporto di coppia, mi sembra utile raccontarvi brevemente l’aneddoto di quei due coniugi veneziani del 2000 avanti Cristo. Erano dei benestanti, avevano un attico in grotta dalle parti di San Marco, e volevano andare in vacanza in Sardegna. <<Ti me l’ha promesso tante volto: te porto in Sardegna, te porto in Sardegna. E alora andemo, ciò>>.  Così, e dai e andemo, partono da Venezia e si fanno tutto il viaggio attorno alla penisola, perché la Sardegna è proprio dall’altra parte… Arrivano dalle parti della Sicilia  e lui, furbetto: <<Varda, Marietta: un’isola! Semo già arrivai in Sardegna>>. Ma lei, che conosceva il linguaggio stelegrafico, vede la scritta  “SCLL – CRDD” sulla punta di Messina e fa:. <<Ma va là, tonto! Leggi lì: c’è scritto “SCILLA e CARIDDI”! Ma ti non leggi mai l’Odissea?>>… Comunque, vanno avanti e dopo dodici anni arrivano sulla punta meridionale della Sardegna, al capo di Pula. <<Tesoro, questa volta xè vero, semo proprio arrivai. Varda lì, c’è la Stele de Nora>>… Nora era una città punica, dove è stata veramente trovata una stele con la scritta SRDN. ..<<Metti a posto tutte le vocali e hai la Sardegna, ostrega!>>. Ma lei non sembrava ancora convinta. <<Non me sembra proprio ela… Nei depliants  de granito che me l’ha ga mandà mia cognata xera più bela, ciò>>. E lui: <<Ma varda qui, nela pietra geografica, ostrega! Qui, dove semo ora, xè la città de Nora… La xè il Capo Teulada: lo cognoscio ben perché ci ho fatto il militare… E  varda qui: xè scritto  KRLS, che vuol dire Karalis, e cioè Cagliari>>. E lei, irritata: <<Karalis? Ma allora ti me g’hai portà in Africa!>>…
Apro qui una piccola parentis politico geografica. Voi dovete sapere che noi sassaresi - che viviamo nel Nord Sardegna- non siamo razzisti… Però dividiamo ugualmente la nostra isola in tre grandi regioni. Da Oristano in giù è Africa; al Centro, fra Barbagia e Macomer, c’è la Terronia; mentre da Alghero in su xè Alto Adige… Chiusa la parentis… <<Ma io volevo andare in Costa, mentecato!>>. <<Ma semo sula costa, benedetta! Varda là: ghe son le scogliere, xè il mare… >> . <<Ma non ‘sta costa! Io volevo dire la Costa Smeralda!>>. <<Oh, bela! Ti xe proprio matta tutta! Noi non podemo andare in Costa… Xè già tutto occupato… Varda qui, sula pietra, la mappa. Ecco: qui xè la villa de Silvio: sono  quattrocento kilometri  quadrati de muro e de filo spinato, per ragioni di sicurezza. Poi c’è la casetta de Paolo: altri duecento kilometri di Auto Estrada tutt’in giro. Più su xè la villa de Marina, poi quela di Piersilvio,  quela della prima moglie… Il convento con vista mare per  le zie suore… E lassù xè Capo Taormina>> . <<Taormina? Ma non gh’era in Sicilia? >> <<Quelo dopo>> <<Dopo cosa?>>. <<Dopo Cristo, benedetta! Noi  ora, co sti padroni del vapore che ce cantano la serenata, xemo  ancora avanti Cristo, troglodita!…>>. 

martedì 11 ottobre 2011

Mr. PARKIN-SON-IO E IL BLOG SPIONE

11 ottobre 2011
Mr PARKIN-SON-IO e  Il BLOG SPIONE
Cari amici, sono molto preoccupato. Ma sia chiaro che qui lo dico e qui lo nego. Anzi, In realtà non me ne frega niente... Non so bene, ad esempio, se la cosiddetta “Legge Bavaglio”, una volta approvata da Mediaset e da Bossi, provvederà a “registrare” anche il mio Blog, impedendomi per legge di intercettare le telefonate dei miei 32 lettori (o sono 33? nel dubbio, spengo il mio cellulare), soprattutto di qualche vecchio gnocco che concupisce la moglie del vicino di sito. Perciò io dichiaro solennemente che non userò questo Blog per ascoltare le lussuriose conversazioni di Palazzo Chigi con qualche mia lettrice bipartisan, per  il semplice motivo che non so come katz si fa. E se lo faccio giuro che non lo rivelerò a nessuno. Ovviamente dopo che quel pirata informatico di mio figlio Mauro mi avrà insegnato a colloquiare tramite Skype anche con la mia nipote americana Grazia Huges, che a me, dall’analisi di alcuni documenti di famiglia, regolarmente sottratti all’Anagrafe e ad una telefonata anonima di sua sorella Stefania,  risulta che si chiama Enna come me; ma suo marito Ralph potrebbe aver opposto il segreto di stato della Casa Bianca, che negli ultimi tempi appare un po’ troppo “abbronzata” e non è nemmeno texana. Insomma, un casino che non vi dico! Ma sarà davvero così importante? Nel dubbio mi pento e chiedo scusa a prescindere...  
Tuttavia dentro di me rimane una domanda: anzi due o tre, che qui le dico e qui le nego. Domande che io oserò porre a chi di dovere, con l’avvertenza che ciò che sto per chiedere non l’ho chiesto io, ma potrebbe essere stata proposto a mia insaputa dalle mie nuore, Sabrina e Claudia , entrambe in felice attesa ormai imminente (uno maschio e l’altra femmina: figuratevi se mi preoccupo dei tremori di Tremonti), nonché nostre vicine di casa, che hanno il computer  sintonizzato col mio router supertecnologico. La domanda è: ma questo mio Blog è un “sito amatoriale”, nel senso di esente dalla galera per il sottoscritto e per le  mie nuore vicine di casa,  oppure una “testata on line registrata” con sole 48 ore di tempo per chiedere scusa prima di sbattermi in galera, come un comune giornalista spione? Nel dubbio, io rettifico e chiedo scusa alla Telecom in sole 24 ore, ma anche in Repubblica e  Nuova Sardegna.

A questo punto però, penso che sia opportuno passare oltre i meandri oscuri e sempre più barbari, nonché idioti, della nostra politica e parlare d’altro. Per esempio di Medicina, quella con la “M” maiuscola, che non si pone problemi di “privaci” e di leggi contro le intercettazioni . Sono  in grado di farlo perché posso ora vantarmi di aver avuto recentemente il privilegio di conoscere e di usufruire personalmente, insieme a Iole,  delle particolarissime doti di  un paio di superchirurghi “autoctoni” - nel senso che sono  entrambi operativi sul nostro territorio (a Sassari e Alghero) -  i quali, nel giro di poche settimane, ci hanno rimesso in sesto da alcuni grossi guai fisici dovuti all’età non più giovane, consentendoci così di affrontare il nuovo decennio con una certa tranquillità. Almeno è quanto ci auguriamo.
Il mio chirurgo salvatore si occupa di pròstate e di papillomi, che lui conosce ormai a memoria da tempo piuttosto lontano: per la precisione dal 1982, quando partecipò per la prima volta, da giovanissimo osservatore specializzando, alla mia prima operazione (mia nel senso che stavano operando proprio me); infatti, è stato lui stesso a scoprire il suo nome nella relazione ufficiale di quel mio lontano intervento, che in quasi trent’anni avevo creduto di poter dimenticare, ma mi sbagliavo. Fortuna ha voluto che lo specializzando in questione sia diventato primario di Urologia ad Alghero, la bellissima città catalana (chiamata anche “Barceloneta”, la piccola Barcellona), che dista a soli 30 kilometri da Sassari ed ha un mare bellissimo, ottimo fornitore di ricci e di coralli, ma soprattutto adeguatamente attrezzato per la pesca subacquea dei primari sportivi che hanno bisogno di relax assoluto, che è l’unica alternativa alle prostrazioni prostatiche e vescicali.
L’altro primario invece, che è giovanissimo, opera all’ospedale civile di Sassari e si occupa di cardiochirurgia. Nel giro di sei-sette ore ha rimesso a posto l’aorta difettosa di Iole con un’operazione chirurgica da manuale, mettendola così in condizioni di riprendere a vivere la sua esistenza quotidiana in un paio di settimane. Ovviamente, sia io che mia moglie non siamo ancora in grado di partecipare alle prossime Olimpiadi, però abbiamo raggiunto la certezza di poterle guardare con una certa tranquillità.
Perché parlo di questo? Qualcuno dirà che in fondo entrambi i primari hanno fatto bene il loro lavoro, e questo da solo sarebbe un buon motivo per parlarne; l’altra ragione è che, secondo quanto si borbotta in giro, entrambi i chirurghi   (ma soprattutto il più giovane) sarebbero oggetto di attenzioni e di lusinghe da parte di altre cliniche molto meno “provinciali” e più famose delle nostre, affinché vi si trasferiscano al più presto possibile. La cosa in sé non sarebbe del tutto “scorretta”: è normale che anche i medici superdotati subiscano il fascino della “nobiltà” ospedaliera, e prima o poi appare ancora più normale che almeno il  giovane cardiochirurgo alzi le vele per andare altrove (l’altro “sinn’affutti”, se ne frega,  perché è un tipo tosto e ha già capito da un sacco di tempo che ciò che vuole dalla vita ce l’ha già, ad Alghero, e lo dice senza peli sulla lingua). Ma è altrettanto normale che noi pazienti “provinciali” intrecciamo le dita, augurandoci che tutto ciò accada il più tardi possibile. E non per semplice egoismo, ma perché ci risulta che entrambi i primari  stanno addestrando a dovere e con vera attenzione gruppi di giovani medici, i quali hanno avuto l’umiltà di capire che anche il talento può essere trasmesso, ma non di corsa. Ed è gradevole vederli attorniare con discrezione il Maestro, e anche con grande attenzione. Quando anche loro saranno pronti, addio e amici come prima.
A proposito, non ho ancora detto i nomi dei due superchirurghi. Il primario urologo sportivo si chiama Angelo Tedde, mentre il giovanissimo cardiochirurgo si chiama Michele Portoghese... Ma, per piacere, almeno per ora non ditelo a quelli dell’ospedale “Brotzu”di Cagliari e dintorni!

sabato 24 settembre 2011

Mr PARKINSON E LA POMPA D'INFUSIONE

24 settembre 2011

MISTER PARKINSON E LA POMPA D’INFUSIONE

Lo so, lo so: sono in anticipo di un paio di mesi rispetto all’ultima puntata, quella  dei parkinsoniani giapponesi (ma forse anche i nostri, a parte il sottoscritto) che – secondo il Corriere della Sera - non solo non sanno dire bugie, ma lavorano come stakanovisti, non fumano, né bevono e soprattutto si portano il lavoro a letto: a volte anche otto o dieci unità lavorative, proprio come i nostri Cavalieri politici, che per giustificarsi stano forse studiando come disfarsi della dopamina per associarsi alla congrega dei parkinsoniani...

Ma non era di questo che oggi volevo parlare. Questa volta è stato mio figlio Sefano the first, il primo, a segnalarmi un articolo del quotidiano sassarese “La Nuova Sardegna” di ieri, 23 sttembre, per mostrarmi in Cronaca di Nuoro un bellissimo pezzo sulla:

Rivoluzione nella terapia per il Parkinson”

Si tratta di una speciale apparecchiatura, che è stata da poco installata nell’Unità di  Neurologia dell’ospedale San Francesco di Nuoro (Asl n.3 ), la quale comprende un sistema computerizzato di infusione,che mantiene costante il rilascio di dopamina. Di fatto esiste una sorta di pompa che viene inserita con un intervento sottocutaneo, che consente al “principio attivo” di  raggiungere il duodeno, che sarebbe poi quella parte dell’intestino capace di assorbirlo. So che non rivelo una grande novità, visto che molte altre Asl italiane ne usufruiscono da tempo (compreso l’ospedale Brozzu di Cagliari), ma io non lo sapevo: perciò mi permetto di divulgare la notizia a quante più persone interessate possibili. 

Per essere chiari – informa la giornalista Simonetta Selloni, nel giornale in questione – la procedura non rallenta né guarisce i malati di Patkinson; ma a coloro che si trovano nello stadio più impegnativo della patologia, la cui qualità della vita è fortemente alterata dalle continue oscillazioni  alle quali anche l’assunzione non continuativa del farmaco li sottopone, si tratta di un importante passo avanti”. Secondo la direttrice dell’Unità stessa, la dottoressa Anna Ticca, Il mantenimento dei livelli di dopamina stabilizza i movimenti degli ammalati più gravi. Inoltre, precisa ancora la giornalista, a scanso di eccessivo entusiasmo in proposito: “E’ bene specificare che non tutti i pazienti possono accedervi, ma solo a quelli per i quali la paurosa altalena tra la stasi e l’eccesso di movimento rende problematica la vita”. Grazie Simonetta. Anche se nessuno di noi si augura di raggiungere  mai lo stadio di “altalena tra stasi e movimento”, ci consola sapere che anche in un eventuale “condizione estrema”, potremmo ancora contare sull’aiuto della tecnologia e della scienza.

L’unica nota stonata dell’articolo di cui sopra (ma purtroppo necessaria) è l’accenno ai costi del trattamento suddetto, che raggiungerebbero somme sui 20mila euro per ogni intervento,  ovviamente a carico del servizio sanitario. Considerando i tempi di migragna di quasi tutti i settori dello Stato “non produttivi di grana”, dalla Scuola alla Sanità, è facile immaginare che i nostri politici implementeranno tali apparecchiature salvaparkinson... col  cavolo, appunto! Magari col dito medio in su. A meno che non si dimostri che quelli dei leghisti padani e dei cavalieri smeraldini non siano Alzehimer, ma tanti tremolissimi Parkinson  

mercoledì 21 settembre 2011

22 settembre 2011

Mr PARKINSON = Mr. VERITA’

Mi è arrivata una mail di mio figlio Bruno intitolata: “Lo sai che non sei un ballista?”.
In allegato c’era un articolo dei Corriere della Sera on line del 21 settembre 2011, di Cesare Peccarisi, intitolato:

Chi soffre di Parkinson non sa mentire

Secondo i ricercatori giapponesi, coloro che ne sono affetti sarebbero lavoratori seri e inflessibili



- Uno studio dell’università giapponese di Tohoku pubblicato su BRAIN ha fornito la prima prova neurobiologica del fatto che chi è affetto da morbo di Parkinson è incapace di mentire confermando le osservazioni psicologiche raccolte nell’ultimo secolo secondo cui questa malattia si associa a una personalità da gran lavoratore, serio, inflessibile e di elevata rettitudine morale.
Nei primi del ‘900 il neurologo americano Carl Camp li descrive come stakanovisti che si portano il lavoro a letto, rigidi e privi di vizi, che non conoscono né alcol, né caffè, né fumo.

Non cito quest’articolo  per vantarmi, ma avevo anch’io il sospetto che la mia personalità avesse subito un notevole cambiamento, all’incirca un anno fa,  quando il mio neurologo mi confidò ne suo studio: <<Caro Signor Enna, ho il piacere d’informarla che Lei è diventato uno stakanovista giapponese, di elevata rettitudine morale: nel senso che, avendo assunto il morbo di Parkinson, ha di fatto assunto anche il ruolo di lavoratore integerrimo e infaticabile, di quelli, cioè, che si portano il lavoro a letto, bevono acqua gasata e non fumano.. Gradisce un caffè?>>. <<Sì, grazie, con poco zucchero>>. <<Sbagliato! I giapponesi parkinsoniani non bevono caffè! E soprattutto non dicono bugie>>. Aveva capito che a me il caffè piace con molto zucchero! Così sono passato al decaffeinato, ma solo quando vado da lui.
Devo anche confessare che l’idea di portarmi il computer a letto un po’ mi spaventa, soprattutto perché ho un vecchio schermo che pesa mezzo quintale e Iole non lo sopporterebbe tra i due guanciali. Soprattutto ora che ha appena subito una pesante operazione all’aorta (ma di questo parleremo un’altra volta).

Il FUMO - Molti studi hanno confermato(...) un’associazione negativa fra fumo e malattia: da essi è scaturita la leggenda metropolitana che il fumo previene la malattia di Parkinson, mentre si tratta di una caratteristica della personalità premorbosa di questi pazienti. Come non è vero che il fumo previene il parkinson, ma solo che chi fuma ha una personalità che tendenzialmente non si associa alla malattia, questo non significa che questo tipo di personalità predisponga al parkinson.
In effetti anch’io smisi di fumare circa trent’anni fa, ma siccome nessuno mi aveva parlato di leggende metropolitane che favorivano il Parkinson, mi trovai benissimo... Fino a quando, dopo circa un trentennio di caramelle alla menta e di un buon respiro, ecco arrivare il Mister: melenso, profumato di visco e senza nemmeno un vizietto da presentare nella buona società. E il guaio è che anche a fumare la pipa, ormai non ci guadagni più niente, se non “una personalità che tendenzialmente non si associa alla malattia”, e cioè bugiarda, viziosa e dormigliona a letto.


I POSITRONI: Usando una particolare PET (tomografia a emissione di positroni F-18) i ricercatori hanno scoperto che la malattia priva la corteccia cerebrale prefrontale di questi pazienti delle funzioni esecutive in cui risiederebbero i meccanismi che consentono di dire bugie. La loro estrema onestà deriverebbe dal ridotto metabolismo...


Ora il discorso si fa sempre più credibile, soprattutto in relazione al metabolismo ridotto di noi parkinsoniani, tanto da apparire particolarmente utile  anche in ambito amministrativo e politico, da assumere come esempio. E’ chiaro infatti che è proprio l’utilizzo di positroni F-18, opportunamente inseriti nelle schede elettorali, che consente ai parkinsoniani giapponesi (adeguatamente privati della corteccia cerebrale prefrontale, il che li renderebbe così tanto anemici) di poter contare in una classe politica “seria, inflessibile e di una elevata rettitudine morale”. Mentre da noi, com’è ormai noto, proprio in assenza di positroni adeguati, da inserire nel curriculum politico della cosiddetta classe dirigente,  prevale un modello neutronico di vita sociale e politica “a tempo perso”, consentendo  in tal modo un modello di sopravvivenza politica piena di balle e di belle gnocche.

martedì 13 settembre 2011

DI Mr. PARKINSON E D'ALTRO ANCORA

13 settembre 2011

DI Mr. PARKINSON E D’ALTRO ANCORA.

Mettiamola così: dopo due mesi e passa di ricoveri, ecografie, tack, interventi, farmaci ed altro ancora, sia io che Iole abbiamo quasi accantonato il buon (si fa per dire) Mister Parkinson quale male minore, consentendo per altro al mio  braccio destro di concentrare sul muscolo il fastidio peggiore, che ha di molto limitato la voglia di riprendere in mano il mio Blog per tutto questo tempo.
D’accordo, è solo una scusa come un’altra. Tanto più che ho ben capito che non chiosare del Mister di tanto in tanto significa sottovalutarne il peso determinante nel processo evolutivo della tarda età. Va a finire, insomma, che più lo ignori e più lui ti rende la vita quasi impossibile, perché per uno come me, abituato ormai da decenni a considerare il computer come mezzo professionale indispensabile a dare un po’ più di senso alla vita, questo braccio che si stracca come una baldracca (non male la rima, vero?) incomincia a preoccuparmi parecchio. Perché se non scrivo, poi cosa faccio? Leggo?! Beh, forse questa è davvero la volta buona.
Per esempio. Ricordate il “bugiardino” della 3^ o 4^ puntata di questo blog, quando dovetti leggere le controindicazioni del mio Ropinirolo, per le quali avrei dovuto verificare se il mio medico sapesse di se stesso: “ ° se è in gravidanza o pensa di esserlo; - ° se sta allattando al seno”, etc. etc. Beh, qui la situazione, sintatticamente e semanticamente, è ancora peggiore. Vi basti sapere che, a causa di un operazione alla vescica, ho dovuto prendere per qualche settimana un antibiotico decisamente micidiale: almeno a leggere il relativo foglietto illustrativo,di due sole facciate, che contengono non meno di 150/200 controindicazioni, che incominciano in modo perentorio così: Se deve prendere il PrulifluxNon prenda il Pruliflux (nome fittizio).  E questo è solo il primo segnale. Poi incomincia ad enumerare i i circa 200 malanni che m’impedirebbero categoricamente (e completamente a mio carico) di assumere l’antibiotico se... : *se è allergico al Pruliflux; *se ha meno di diciotto anni; *se è in stato di gravidanza o sta allattando al seno”... O katz! Ma è una vera persecuzione! E sta bene, lo ammetto: ne ho allattato quattro! Ma solo con il biberon.  
L’elenco successivo contiene un’infinita serie di danni materiali e morali, tutti a mio carico, che vanno dalle “gravi reazioni cutanee” alle “infiammazioni dei  tendini”, con conseguenze dannose al “tendine di Achille che può portare fino alla sua rottura”, proprio come accadde ai tempi di Troia e di qualche suo figlio; e poi ancora: “Severe reazioni solari con scottature” anche se non prendessi le pillole in spiaggia; “Diarrea,vomito, disturbi del sonno, riduzione dell’udito”... <<Scusi, ha preso le pastiglie oggi? –  Come dice, scusi? -  Ah sì! Le ha prese, bravo!>>  Insomma, ho buttato via il Pruliflux e ho preso la Tachipirina.
Per le ragioni di cui sopra, non vedo più da due mesi il mio neurologo e non  ho più controllato il mio  Blog. Così oggi l’ho riaperto, sia pure con qualche difficoltà, perché avevo dimenticato la password, ed ho scoperto che è pieno di pubblicità sulle staminali, che io non ho richiesto, ma mi fa piacere che ci siano, perché significa che anche Google mi legge.
Per oggi ho già scritto molto. Prometto però che sarò più operativo nel prossimo futuro: Mister Parkinson permettendo (al mio braccio).  
Colgo l’occasione per abbracciare, insieme a Iole, i nipoti texani: Grazia e Ralph, con i due splendidi figli che hanno illuminato la nostra estate. Un pizzicotto anche  alla nipote “friulana” Stefania, che deve ancora decidere cosa fare del suo futuro.

giovedì 7 luglio 2011

MISTER PARKINSON. IL RITORNO

7 Luglio 2011

MISTER PARKINSON – IL RITORNO

Siamo ritornati, io e il Mister. Chiediamo scusa, ma eravamo “altrove” entrambi. Io a meditare sul fatto che nella vita di un giovanotto 72enne di belle speranze non può esistere soltanto un futuro condizionato da un morbo mutacico e rompic...; mentre lui, Mister Parkinson, cercava di spremersi le meningi (ammesso che le abbia mai avute) sul tema delle cellule staminali, da me tirate in ballo ad arte, nell’ultima puntata, citando un comunicato del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York e pubblicato su Pnas, in cui si parla di tali cellule ottenute da embrioni umani trasformate in neuroni specializzati nella produzione della dopamina, e cioè della sostanza base che toglierebbe a tutti noi i Mr Parkinson di torno.
Devo dire in proposito che ho ricevuto parecchie richieste di delucidazioni, che purtroppo non sono stato in grado di dare in maniera concreta, perché la mia rimane sempre una cultura umanistica e non troppo scientifica; il che non significa che non capisca niente di staminali, ma diciamo che ne mastico molto poco. Il fatto è che io scrivo storie per bambini e ragazzi: racconti, fiabe e favole. “A donzunu s’arte sua”: a ognuno la sua arte, dice un antico proverbio sardo. Io racconto storie alla Esopo, di cui utilizzo spesso il caustico livello narrativo e la delicatezza della metafora, per creare delle vere e proprie “Esopediche - Favole esopiche in funzione di dedica”, come questa. Dedicata a chi? A mia moglie Iole, naturalmente, che sta attraversando un difficile periodo della sua vita..

 

ESOPEDICA (per Iole)

Favole esopiche in funzione di dedica

ZEUS E LE QUALITA’ DELL’UOMO
Tanto tempo fa, quando gli esseri viventi furono creati
a ciascuno vennero donate attitudini e abilità:
a chi la forza, a chi le ali, a chi la velocità.
Soltanto l’uomo, rimasto nudo come un verme,
protestò vivacemente:
<<Perché m’hai lasciato inerme e non m’hai donato niente?>>
E Zeus, il gran dispensatore permanente, rispose:
<<Caro il mio ometto immusonito:
le qualità che tu hai ricevuto sono molto superiori
a qualunque altra concessione.
Tu possiedi la forza degli dei,
che è la saggezza e il controllo dell’azione,
mentre alla tua donna, luce degli occhi tuoi,
ho donato la bellezza e la ragione..
Sarete come la Luna con il Sole:
tu sapiente e coraggioso come Eracle
e lei dolce e sagace come  Iole.
Se saprete usare questi doni sino in fondo,
insieme dominerete il mondo>>.
(Esopo, 57)
N.B. -  L’originale di questa favola  esopica include soltanto l’uomo (Esopo era davvero un  po’ misogino). L’aggiunta della donna, e in particolare di Iole, mitica  compagna di Eracle, è una mia personale “Esopedica” alla compagna  della mia vita, che si chiama anche lei Iole, consentendomi in tal modo di identificarmi (ahem!) con Eracle, il mio eroe mitologico  preferito..

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Riguardo a questi due lunghi mesi di assenza dal mondo dei Blog, qualcuno mi ha chiesto: “Ma nel frattempo, che cosa è successo?” M’imbarazza dirlo, ma il mio Mister Parkison – con tutti i suoi misteri “morbosi” e i suoi silenziosi tick da bambino viziato e  dispettoso -  è stato letteralmente surclassato da altri avvenimenti “sanitari” che hanno interessato il sottoscritto e soprattutto mia moglie Iole. Fatti nostri, ovviamente: malanni riferibili all’età, che non è proprio quella di Noè, ma abbastanza significativa per due persone impegnate a non far trascorrere il proprio tempo ai tavoli del Bingo.
Ora, tuttavia, la nuova situazione appare un po’ più controllabile (intrecciando le dita e... qualcos’altro) , per cui posso permettermi il lusso scaramantico di ritornare a discettare del mio ineffabile Mister Parkinson, che non ha minimamente modificato il suo atteggiamento  di semi indifferenza collaborativa, ma ha anche accettato di convivere con la quantità di Ropinirolo stabilita parecchi mesi fa dal mio neurologo e finora mai modificata. Il braccio destro si stanca un po’ più presto di prima, all’uso del computer; in compenso - forte della mia esperienza infantile di quando mi ruppi il piede destro giocando al pallone, al collegio della Brigata,e imparai prestissimo ad usare l’altro piede -, sto insegnando alla mano e al braccio sinistro ad usare il mouse. In quanto alle salite, sempre faticose e trascinabili, basta il passo del maratoneta (di cui ho parlato in una delle puntate precedenti), che consiste nello “scagliare” davanti a sé stinchi e polpacci delle due gambe,  senza trascinare i piedi e facendo leva sulle ginocchia.
Ritornando alle cellule staminali, la notizia della messa a punto della tecnica di coltivazione che permette di trasformare le staminali embrionali in neuroni specializzati per funzioni diverse, come quella di produrre la dopamina, ha messo un po’ in subbuglio le mie due nuore in attesa di due nipotini, che arriveranno entrambi a novembre. Siamo rimasti d’accordo su un punto fondamentale: a me basterà la loro presenza per rimettermi in piena salute, con o senza il mio alter ego silenzioso; mentre tutto ciò che i nostri nipotini saranno in grado di conservare in saccoccia, grazie alle cellule staminali dei loro cordoni ombelicali,da conservare in “banca dati”, apparterrà solo ed esclusivamente ad essi e al loro futuro.
A nos bidere sanos!