sabato 12 marzo 2011

MISTER PARKINSON 10 + NIEDDUKEPIGHE

12.-.03- 11

MISTER PARKINSON 10 + NIEDDUCHEPIGHE

Comunque sia, mi rifiuto di credere che sia trascorso più di un mese dall'ultima puntata di questo Blog, per il semplice motivo che febbraio aveva solo 28 giorni, e il 12 di marzo, cioè oggi, coincide con 29 giorni esatti dall'ultima puntata; dunque, sono in anticipo di due giorni rispetto alla scadenza di un mese.
Quello snobbone di Mister Parkinson, invece, mi prega caldamente di dirvi di scusarlo per tutti questi ritardi, ci-ci-ccì ci-ci-ccì! Blah! In ogni caso, mi associo alle scuse, ma non transigo, perché mi rendo conto anch’io che i tempi vanno quasi sempre rispettati. Se no, che cosa legge, in ialiano, la mia nipote americana, Grazia Enna, mamma di due splendidi bambini e coniugata con Ralph Huges, che è poi un ex marinaio texano maturato alla vita e al matrimonio a  La Maddalena, quando c'erano i marines? E sua sorella Stefania, friulana di adozione, che vive a Tarcento, nell’Udinese, in piena zona leghista, in che lingua mi leggerà? Nel dubbio, le abbraccio tutt’ e due.
Dunque, che cosa è successo in questo scarso mese? E' successo che mio figlio Bruno si è offeso perché la volta scorsa gli ho attribuito un anno in più di età: 43 anziché 42, compiuti fra l'altro lunedì scorso. Lo so, per un padre qualunque è imperdonabile un errore simile, ma io godo delle attenuati generiche dovute all’età e alla presenza, sia pure apparentemente discreta, di Mister Parkinson, che è pur sempre una scusa plausibile, anche se non ha niente a che vedere con la memoria. Però, quando serve, serve... Ora, per esempio posso dire che Stefano, il primogenito, ha 45 anni compiuti (o sono 46?), mentre Enzo Paolo ne compirà 44 tra un mese. E' utile conoscere questi dati (o date)? Nemmeno per sogno, però fa notizia da trasmettere per Blog.
A proposito di Mr Parkinson: ieri ho rivisto il mio neurologo, che mi ha analizzato letteralmente da capo a piedi e ha scoperto che il Ropinirolo è un ottimo medicinale, perché non serve solo a riattivare la funzionalità mancante della dopamina, a giocare al Lotto e agli annessi e connessi all'affettività (beh, sì, insomma...), ma ha anche stabilizzato certi meccanismi motori che sembravano andare a lumache. Insomma, almeno per ora, niente pillole in più, ma solo movimento, movimento, movimento. E bae, Frachiscè!! Domani m’iscrivo alla Milano-San Remo.

   Purtroppo, per questa puntata non ho trovato nessun’ “Onda Anomala” da trascrivere sul Blog. In compenso ho un  racconto lungo, diviso in capitoli, praticamente un romanzo, e più precisamente un “Noir”, anzi un “Sardonik Noir”, o addirittura una fiction surreale, collegata alla M.R.S. (Metempsicosi Regione Sardegna), e cioè “Su Liminarzu”: il Limbo riservato al Karma dei balentes e dei trafficanti d’armi. S’intitola “Nieddukepighe” (Nero come la pece) ed è ambientato nei Mondiali di Calcio di Germania del 2006. Che c’entra con la Metempsicosi? Leggete e capirete.
Facciamo così: Io vi pubblico i primi 2 capitoli. Se vi piace, me lo farete sapere attraverso i Commenti del mio Blog o una mail, io pubblicherò il resto nelle successive puntate. Se non vi piace o se non dite niente, chiudo.  Buona Lettura.



Francesco Enna

NIEDDUKEPIGHE
(L’ultimo calcio di rigore)

Sardonik Noir



Capitolo 1
                                                                                  Cantami o Diva dell’ultimo rigore
                                                                                                                   (Homer)
I
Un fulmine a ciel sereno

    Nell’arco della sua vita di piccolo trafficante d’armi e di esplosivi, Boreddu Marrapiccu da Buddusò, noto Nieddukepighe, nero di cuore e scuro di pelle, non era mai stato neppure sfiorato dall’idea della morte. E soprattutto della sua morte. Perciò quella sera del 9 luglio 2006, durante la grande finale tra Italia e Francia ai campionati mondiali di Germania, quando un autentico fulmine a ciel sereno lo colpì in pieno come una saetta da giudizio universale, bruciacchiando ke porcu tutti i peli del suo corpo, egli ci rimase letteralmente di merda. Tanto da non avvertire nemmeno il tuono della scarica di fucile automatico proveniente dal basso, e più precisamente da un muretto a secco del tancato di confine del suo cortile,  esploso appena un millesimo di secondo dopo l’arrivo del raju faladu: il fulmine piombato dal cielo.
   Boreddu non se l’aspettava. Fin da quando si era trasferito in Barbagia non l’aveva mai sfiorato nemmeno il barlume di un sospetto che la sua vita de istranzu invisibile e insospettabile, artificiere asettico e supra partes, mai coinvolto direttamente in faide di balentia,  potesse essere in pericolo. 
     La morte lo colpì con un baleno bianchissimo, che gli attraversò la vita dalla punta dell’indice della mano destra, proteso verso il trasformatore della parabolica del televisore, al tallone della pantofola sinistra, appena sollevato per dare slancio al corpo appesantito da una vita ormai troppo sedentaria. Boreddu non aveva mai visto la morte, ma la riconobbe ugualmente perché fu come trovarsi dentro il bagliore della bomba di Hiroshima, che gli separò l’ombra dal corpo e il corpo dall’anima come una lama di luce nel lividumine d’una tregenda greca.
    Sulle cime del Gennargentu, una Luna antica e grassa ke bacca se ne stette a meditare a lungo silenziosa su quel panorama insolitamente vuoto, come se anche tutti gli animali delle montagne fossero incollati a fissare qualcosa. Lentamente declinò i suoi pallidi raggi indagatori sulle strade delle cittadine e dei piccolo paesi sparsi attorno alle Barbagie e lungo i verdi declivi delle colline turgide declamate da poeti e scrittori,  ma non riuscì a scoprire nemmeno un netturbino intento a ripulire le piazze. Allora esplorò campanili e palazzi, penetrò nelle finestre spalancate per la calura e solo allora si rese conto della strano rito febbrile che sembrava aver colpito tutte le famiglie di quel micromondo, che era poi tale e quale a quello del macromondo circostante, e cioè: piccoli saltelli davanti a dei quadri luminosi di varie grandezze, gridolini acuti e poi esplosioni di entusiasmo, subito soffocati da mugugni di ripensamento.
      Capì di che cosa si trattava quando intravide su un teleschermo digitale a 84 pollici un pallone che tentava disperatamente di sfuggire ai calcioni e ai colpi di testa di un mucchietto di persone in calzoncini e maglietta, sudati che porcos.
     <<Ancora cussugazzu ‘e pallone!>> mugugnò imbronciata.
     Ahi, luna malaitta e menagrama, che prediceva truci tragedie in terra di Germania! 
     Ma fortunatamente, quando si rese conto che nessuno l’avrebbe più degnata di uno sguardo per il resto della nottata, la luna mala decise di andare  a scialbeggiare sui crasti addormentati dell’altra parte del monte.
     In quanto alla scarica di pallottole che era succeduta al fulmine, non solo si limitò a scornacchiare l’ultimo lembo della gigantesca parabolica, di cui Boreddu andava fierissimo,  ma contribuì anche a recuperare definitivamente il segnale del grande evento sportivo.
     <<Sta tirando l’ultimo rigore Fabio Grosso>> fu l’ultima notizia dal mondo che Boreddu Marrapiccu da Buddusò, detto Nieddukepighe, portò con sé nel precipizio estremo. 

II
Il vento, ad esempio

   Non c’era un solo alito di vento, quella sera del 9 luglio, alle undici in punto,  nel momento esatto in cui il calciatore francese Trezeguet mandò a sbattere sulla traversa il secondo rigore per la Francia.  Che cosa, allora, aveva potuto spostare s’antenna tunda del televisore, tanto da costringere Boreddu  Marrapiccu ad abbandonare la comoda poltrona del soggiorno per avventurarsi, in bermuda e canottiera, sull’ampio terrazzo della sua mansarda al secondo piano del palazzo dell’estrema periferia di Neulavè?
   Abbiamo detto che fino al momento del trapasso, nessun segnale aveva messo in sospetto Boreddu sul fatto che la sua vita potesse essere in pericolo. Ma non è del tutto esatto. Di segni che il suo destino fosse giunto a compimento, quella sera, ce n’erano stati tanti, ma lui li aveva attribuiti sistematicamente alla sfiga della nostra Nazionale di calcio.
    Era già l’ora dei rigori.
   <<Adesso tocca a Totti!>> aveva trillato felice sua moglie Margherita Muntone.
    <<Ma quale Totti, che c’è già uscito! Al suo posto è entrato Del Piero, non te lo ricordi?>> le aveva fatto eco Boreddu, che nel suo intimo conservava una ferrea fede juventina  .
    <Toti?!>>  aveva esclamato dal piano di sotto minnannu Galeazzu Muntone, noto Baionetta, bisnonno di Margherita, classe millenovencentouno, che era sopravvissuto a tutte le guerre del ventesimo secolo, compresa la Grande Guerra, dove, da volontario a soli diciassette anni,  si era distinto per l’uso creativo della baionetta, fuori e dentro le trincee, nel glorioso battaglione  de sos dimonios della Brigata Sassari. E aveva aggiunto, dopo un accesso improvviso di tosse che aveva rischiato di rimandarlo in trincea per sempre: <<A cussu cuzzone de Toti, deo bi l’aìa natu... glielo avevo detto a Toti che se non legava una baionetta in punta a s’istampella, manco la barba gli faceva a sos Cruccos>>.
    <<Quello era un altro Toti, nonno! –aveva gridato Margherita dal piano di sopra. - Questo ha due “ti” e si chiama Franziscu, non Enrico>>.
    Era stato proprio in quell’esatto momento che lo schermo del televisore a cristalli liquidi di casa Muntone si era listato di strisce bianconere e le immagini erano affogate  in un mare di bollicine.
    <<Oh, accimusca! - aveva strillato Margherita contrariata - E adesso come facciamo?>>
    <<Dev’essersi spostata la parabolica. Ma ora ci penso io!>> aveva risposto Boreddu, dirigendosi decisamente verso la piccola rampa di scale che portava al terrazzo della mansarda, su cui si trovava la tragica antenna che la luna mala illuminava ancora come la corona di una madonna ferita.
      La fretta, l’entusiasmo, l’incoscienza, la certezza de ferru che nessuno avrebbe mai potuto neppure ipotizzare di organizzare un’esecuzione contro di lui proprio durante l’ultima partita del campionato mondiale, oltre all’errata convinzione che tutti i segnali negativi di quella sera riguardassero la squadra azzurra, non gli avevano consentito di notare il lungo gancio di ferro, proveniente dal cortile sottocasa, che aveva spostato la parabolica, inclinandone il posizionamento verso il basso, con conseguente sparizione del segnale.
      Si era trattato di una trappola bella e buona, con l’intento di richiamare Boreddu all’aperto e di preparare la strada alla scarica di pallettoni che avrebbe dovuto fracassargli il cranio, Splash!, spargendo schizzi di sangue e brandelli di cervello ai quattro venti, come nella migliore tradizione dei cecchini da muretto, se ci fosse stato almeno un alito di vento.  Ma è ormai accertato che il vento non c’era. E non c’era nemmeno il tanto di nuvole per un temporale estivo piccolo piccolo, che avrebbe in qualche modo potuto giustificare quanto accadde subito dopo. Perciò, quello che avrebbe trapassato di lì a poco il corpo di Boreddu Marrapiccu da Buddusò, anticipando inopinatamente la scarica di pallettoni, era stato un autentico fulmine a cielo sereno, regolarmente registrato dal locale Centro Meteorologico.
       Ma prima ancora del fulmine, era arrivato Andreotti: un vecchissimo gatto soriano dal pelo liscio e nero come s’inferru e dalle orecchie a sventola, che viveva libero e infelice che gattu solitariu sui terrazzi del circondario, cercando padroni anche temporanei e distribuendo fusa ruffiane ad ogni antennista della zona.
      Andreotti, dunque, era arrivato prima del fulmine, saltando dal tronco di un vecchio ginepro che ombreggiava il muro laterale del terrazzo, e aveva adocchiato con sguardo cupido i polpacci pelosi di Boreddu, che gli rievocavano forse antichi amori perduti o teneri ricordi infantili.
      <<Va bene così, adesso?>> aveva gridato Boreddu Nieddukepighe, dopo aver spinto verso l’alto la parabola.
      <<Non del tutto, caro: prova ancora>>.
      Il gatto era entrato in azione proprio in quell’istante, abbrancandosi amorevolmente ai peli del polpaccio destro di Boreddu.
     <<Passa via, gatto di merda! Sciò, ché mi elettrizzi i peli!>>.
     <<L’immagine sta sparendo di nuovo, tesoro! Rimettila com’era>>.
     <<Non posso: c’è Andreotti!>>
     <<Ma no che non c’è più! E poi, che te ne frega, ormai? Non l’hanno fatto nemmeno presidente del Senato...  Tieni su l’antenna, ché mi fai perdere Buffon>>.
      Proprio a questo punto, la voce da chioccia col catarro di tzia Redenta Madonta si era sovrapposta con accenti cupi a quella di Margherita e aveva sentenziato, trapanando fin nel profondo la fiducia nella vita di Boreddu:
      <<Cussu Andreotti ha su coro de iscarzoffa! Il cuore di carciofo ci ha, quell’Andreotti!>>
      Tzia Redenta Madonta Muntone, figlia di  primo letto di nonno Galeazzu, parlava pochissimo e solo quando doveva giudicare una persona; ma quando parlava, non sbagliava mai. Lei possedeva il dono de s’avvisu, della premonizione, e il suo occhio sinistro, che era più nero del carbone e anche un po’ strabico, centrava sempre il bersaglio. A lei bastava guardare negli occhi una persona, anche solo in Tv, per stabilire che tipo di cuore aveva. A volte anche il fegato o i polmoni... E poi ci aveva pure due tasche piene di crasti di granito con sopra delle iscrizioni magiche che  servivano a individuare i malanni della gente e a combattere il malocchio. Ma più spesso anche a spiaccicarlo sul destino di qualcuno, il malocchio. Le bastava trovare il sasso giusto e lei sapeva subito chi aveva la diarrea e chi no. E non stava lì a mandartelo a dire: <<Tu ci hai il malocchio all’istintino e domani ti viene la diarrea>>. E l’indomani succedeva deabberu, soprattutto di venerdì santo o di Ognissanti.
   Una volta, si  raccontava in paese, la veggente era rimasta muta per un anno intero - se non qualche grugnito di tanto in tanto e qualche respiro profondo premonitore -,  e quello era stato un vero periodo di rinascita e di felicità per l’intera comunità paesana. Poi, la notte di Ognissanti, tzia Redenta Muntone aveva guardato per caso negli occhi la figlioletta di Jubanne Canu, il sindaco di Neulavè, e aveva sentenziato: <<Custa pitzinna hat su coro canu: questa bambina ha il cuore bianco>>. In tutto il paese era sceso il gelo. Che cosa significava che la figlia del sindaco aveva il cuore “canu”? E chi ha un cuore bianco, a quale futuro può aspirare? O forse per canu ella intendeva che anche il cuore della bambina si chiamava Canu, come il resto del corpo e della famiglia? Nel dubbio, la bambina fu mandata da parenti a Cagliari, dove studiò e si laureo a pieni voti, dimenticando completamente la sinistra premonizione di tzia Redenta Madonta, la veggente.  Comunque, pro su sisi o pro su nono, il sindaco Jubanne aveva deliberato in consiglio comunale per un vitalizio a nome di tzia Redenta, da assegnare alla nipote Margherita Muntone affinché se la  tenesse ben rinchiusa in casa per tutto l’anno solare, comprese le feste comandate.
      Quella sera della grande finale, tzia Redenta aveva dato fondo a tutte le sue capacità di preveggenza praticamente ad ogni passaggio sbagliato dei nostri calciatori o ad ogni tocco dei francesi.
     <<Non mi piace per niente! – borbottava tra sé e sé a partita appena iniziata. –  Como nde falat su raju: il fulmine ne cade, adesso!>>.
     E il fulmine era arrivato puntuale al sesto minuto del primo tempo con il rigore di Zinedine Zidane che aveva messo sotto la  nazionale italiana. Boreddu era  allora subito corso ai ripari, inviandola di sotto con la scusa di farle recuperare un fiasco di vino novello che a tzia Redenta piaceva tanto, permettendo così a Materazzi di segnare il pareggio al 19° del primo tempo. Ma il rombo di quel fulmine imminente aveva aleggiato sinistramente per quasi tutta la partita.
      << Materazzu?! – aveva esclamato minnannu Galeazzu, al momento del gol del nostro difensore. – Dev’essere lo stesso Materazzu di Calangianus, che ho conosciuto durante la guerra del Carso... Ma non l’ho mai visto saltare, perché camminava sempre rasoterra per non farsi beccare dai cecchini>>.
      Detto solo per inciso, anche nonno Galeazzu viveva con Boreddu e Margherita semplicemente perché quella era stata da sempre la sua casa, che i due nipoti avevano completamente restaurato, grazie alle tre pensioni di guerra di minnannu Galeazzu Muntone, universalmente noto Baionetta
       Per ritornare a bomba o, meglio, al fulmine assassino, forse era stata proprio la concomitanza dell’elettrizzazione dovuta al contatto dei suoi peli con quelli del gatto, oltre al gelo per la parole di tzia Redenta, a determinare in Boreddu Marrapiccu l’inconsulta reazione che l’aveva condotto a sferrare un destro micidiale sulla pancia del gatto Andreotti, mandando il povero animale a sorvolare il muretto del terrazzo e facendolo sparire  verso il cortile. Ma non basta. Al calcione l’uomo aveva accompagnato un perentorio e soddisfatto: <<Crebadu t’agattene!>>
    E il gatto questa volta era crepato sul serio. Forse per l’avvilimento di quel calcio inaspettato, forse per la rassegnazione dovuta all’età e alla stanchezza di una vita  senza soddisfazioni, il vecchio gatto nero dalle orecchie a sventola non aveva tentato quella volta nemmeno di evitare l’ostacolo rappresentato dall’asta di ferro dello stenditoio del primo piano della palazzina, e aveva lasciato che il cranio ci sbattesse contro con violenza mortale.
   Con uguale violenza e millimetrica sincronia, il cielo sereno aveva saettato il fulmine vendicatore contro l’indice di Boreddu proteso verso il miscelatore, schiantandone con un bagliore accecante la forte fibra vitale e lasciando di merda la sicurezza dell’ignoto cecchino del muretto dabbasso. Ma senza l’anticipo di quel fulmine assassino, è assai probabile e anzi zertu che Nieddukepighe avrebbe riconosciuto l’inconfondibile botto del Browning semiautomatico che egli stesso aveva limato e adattato per consegnarlo il giorno prima ad Achille Limbasicca di Talasuni, ex fidanzato segreto e irrimediabilmente non corrisposto di Margherita Muntone in Marrapiccu.
     E tuttavia, il colpo secco di fulmine e il rombo del fucile, in quel milionesimo di secondo, non giunsero alle orecchie di Boreddu, perché furono coperti dal boato liberatorio che scosse l’Italia intera, dalle Alpi a Lampedusa:
     <<Gooooool!>>
     Il giovane terzino sinistro della nostra Nazionale, Grosso di nome e rovente di piede, aveva segnato l’ultimo rigore, assegnando il titolo di Campione del mondo alla squadra italiana.
     Ma nemmeno l’eco di quel boato fece in tempo a giungere alle orecchie di Boreddu, perché mentre il suo corpo si frantumava nel bagliore di Hiroshima, egli avvertì, come per una sovrapposizione astrale , lo stesso identico dolore che stava stroncando la vita del gatto Andreotti. E insieme al dolore, in quel milionesimo di secondo che lo separava dalla sua esistenza terrena, sentì anche lo strazio d’una vita felina completamente inutile, mentre nel lampo vivido dell’esplosione atomica vide passare davanti ai suoi occhi sequenze di veloci comignoli conosciuti, di gattine profondamente amate e di padroni disperatamente desiderati.
     Così, dunque, muoiono i gatti vagabundos?  E i piccoli trafficanti d’armi da guerra, allora? I neri di cuore e senza volto come lui? Niente. Nemmeno la più piccola sequenza del pur lungo film della sua vita gli attraversò la mente nel momento del fatale trapasso.
      Pro amore de veritade, tuttavia, un paio di brevissime sequenza della sua vita Boreddu Nieddukepighe le aveva riviste, ma risalivano:
     a) all’inizio del secondo tempo supplementare della partita di finale;
     b) a non più di quaranta minuti prima dell’incidente.
     Per avere visone delle sequenze in questione, occorre effettuare un ulteriore brincu indaesegus, un salto all’indietro, ovvero un “flash-back”. Anzi, due.




Capitolo 2

                                                                                         “Om è l’arco, la saetta e l’anima,
                                                                                          bersaglio della saetta è Braham,
                                                                                          da colpire con immobile certezza”
                                                                                                                (Siddharta)

                                                                                                         
I
Je suis Catherin Deneuve

     Breve sequenza di gioco. Poi fermi tutti. Siamo ai primi minuti del secondo tempo supplementare della finalissima di Berlino. C’è aria di forte tensione tra gli azzurri, mentre i transalpini fanno finta di niente e cascano letteralmente dalle nuvole: “Ouì, ouì. ouì, lalalalà, jé né sé pà”...  
     Il telecronista italiano ne sa meno di tutti e ipotizza un qualche attacco di dissenteria da parte dell’arbitro messicano. Boreddu guarda con aria di rimprovero tzia Redenta, che fa spallucce come a dire che issa no b’intrata nemmeno un po’. Infine la moviola torna indietro e mostra il fattaccio.
    E’ proprio in questo preciso istante che minnannu Galeazzu Muntone avverte l’impulso irresistibile di scendere al piano di sotto.
    <<Dove andate, nonno?>> gli chiede Boreddu.
    <<Al cesso! E inue, si nono?>>
   <<Volete che v’accompagni?>>
   <<Nono-gazzu! Almeno a pisciare già bi la fatto ancora!>>
     Dopo alcuni secondi, viene inquadrato il difensore Materazzi ( <<Materazzu, gazzu! Materazzu su calanzanesu!” precisa caparbio minnannu Galeazzu, mentre scende le scale), che scambia alcune parole di circostanza con l’attaccante francese Zinedine Zidane. Segue un breve scambio di battute e poi il francese ritorna indietro con l’aria di chi dice: <<Non ho capito, scusa...>>. Dopo di che, sbang!, scarica sullo sterno di Materazzi una testata degna di un toro e lo stende a terra.
    <<Ma comente... – grida Boreddu: – Ma che cavolo è successo?>>
    <<Ana natu cosas: hanno detto cose...>> borbotta tzia Redenta, che da sordomuta volontaria per gran parte dell’anno ha imparato a capire la lettura labiale.
    <<Che cosa hanno detto, tzia Redenta?>>.
    <<Quello alto, il calanzanese, gli ha detto al pelato: “Ohe, Zizù: a lu sai che l’altra sera mi sono fatto a quella bonazza di Caterin Denev?!” E allora l’altro, incazzato che pibera, ha risposto: “Tu hai insurtato Catrin Denev, e Catrin Denev è una sorela pur muà e pur tu le fransé!”>>
     <<La bocca della verità!>> proclama Boreddu trionfante, a futura memoria, mentre tzia Redenta continua la sua telecronaca:
     <<E daboi, sbang!:  un’istumbata che trau: una testata come un toro focoso gli ha dato!>>. E gli occhi della veggente sembrano aver finalmente ritrovato la luce.
    <<Ohè, tzia Redenta! – la redarguisce Boreddu:– Non ti metterai a fare il tifo per i francesi, adesso!>>
    <<Mi’ chi nono!>> nega con forza tzia Redenta, puntando il suo occhio ballerino sulla nuca del francese pelato. Pochi secondi dopo, un cartellino rosso spedìsce Zinedine Zidane, noto Zizou, verso gli spogliatoi col passo mesto d’un cane bastonato.
   <<Bellu colpu, tzia Redenta!>> si complimentano con trasporto Boreddu e Margherita, mettendo in forte imbarazzo la vecchia veggente dagli occhi micidiali, che ha appena intravisto un altro cartellino, molto più rosso e molto più vicino a loro di quello di Zidane.

II
Alla ricerca del Karma

    41° del secondo tempo della partita. Lo scambio tra Franziscu Totti, anche lui ormai senza stampelle, e il sempreverde Del Piero era appena avvenuto. Minnannu Galeazzu dormiva alla grande sprofondato nella sua poltrona; tzia Redenta Madonta Muntone, distesa sul divano, sonnecchiava anche lei con l‘occhio strabico, mentre con quello sano guardava la partita e scuoteva continuamente la testa, mettendo in apprensione Boreddu e Margherita, i quali tenevano gli occhi puntati sul televisore e sudavano, esultavano, si avvilivano, sempre tesi come corde di violino, in attesa di quel maledetto secondo goal che non arrivava e che avrebbe scacciato via l’incubo della maledizione dei rigori.
    All’improvviso, una violenta scampanellata all’ingresso dabbasso li riportò alla realtà. Per qualche secondo si guardarono in faccia imbambolati, come a chiedere conferma delle rispettive capacità percettive. Poi il campanello squillò nuovamente e Margherita scattò verso le scale per il piano terra  veloce come Cannavaro.
    <<No, aspetta! – la fermò Boreddu – E’ meglio che vada io: potrebbe essere un cliente. Tu sta qui a guardare la partita, e non perderne nemmeno un’azione>>.
    Boreddu  scese, dunque, la breve rampa di scale e andò ad aprire la porta. Ed ecco apparire per la prima volta in questa vicenda il viso tondo e olivastro di Rashid, un pataccaro tibetano, specializzato in coralli e scaramazze, con vocazione misteriosofica: occhi nerissimi, sguardo magnetico, mani svelte e lingua sciolta.
    <<Buona sera a te, mio caro compare Nero ke pece>>.
    <<Oh, Mandrake, sei ancora tu?... T’ho detto mille volte che per te e per tutti io sono Boreddu, va bene?! E non sono tuo compare!>> rispose Boreddu visibilmente seccato.
   <<Tu non arrabbiato con me, ti prego. Anche tu mi chiama me Mandrake, e io invece sono Rashid di Lhasa>>.
    <<Va bene, va bene, d’accordo! Dimmi quello che vuoi e facciamola finita>>
    << Io ha bisogno di cinque panetti di tritolo>>.
    <<Cinque panetti di che cosa? Ma sei impazzito?!>>.
    <<Io ho soldi, io pago>>.
    <<Lo so bene che paghi, ci mancherebbe altro! Ma dove li trovo, io, a quest’ora, cinque chili di tritolo? Mica li tengo in casa! E poi, che te ne fai di tutto questo esplosivo?>>.
     <<Ora ti spiego io a te... Tra dieci giorni a domani, viene in Italia, a Roma, il ministro degli esteri di Cina, che occupa il mio paese, il Tibet...>>.
     <<Okay, e chi se ne frega!>>.
     <<Non frega a te, ma a noi della Fronte di Liberazione di Tibet da tirannia di comunisti cinesi ci frega moltissimo>>.
     <<Va be’, ma quello arriva a Roma, perciò vattelo a cercare a Roma, il tritolo!>>
    <<No, a Roma è troppo pericoloso... E poi noi sa che ministro viene qui in Sardegna, in incognita, in Costa di Smeraldo...>>
    <<In incognito in Costa?! Vorrei proprio vederlo, magari da Berlusconi...>>
    <<Anch’io voglio vedere lui, prima di saltare in aria!>>
    Boreddu entrò in paranoia:
    <<Ohè, Rashid, un momento! Non vorrai dirmi che farai il kamikaze, eh? Qui di queste stronzate non ne vogliamo vedere, hai capito?>>.
    <<Tranquillo, amico! Neanche a noi piace stronzate: quelle noi le fa fare agli irakeni... Lui saltare in aria con macchina da solo>>.
    <<E come fai?>>
    <<Magia, Boreddu amico mio: semplice magia, con l’aiuto di qualche panetto di tritolo>> rispose Rashid facendo scintillare gli occhi di perla e agitando nell’aria le sue lunghe dita olivastre.
    A questo punto,  dall’alto, la voce di Margherita si sovrappose a quella del telecronista della partita e interruppe la conversazione:
    <<Boreddu, tesoro: guarda che proprio ora è entrato Del Piero>>.
    <<Di nuovo?! Ma non era già entrato poco fa, al posto di Totti?>>.
    <<Sì, ma prima era pelato, mentre adesso ha tutti i capelli... Deve avere ancora bevuto quell’acqua con l’uccello>>.
   <<Ma come parli, Margheri’! Che uccello e uccello!>>.
    E la voce sempre più eccitata di Margherita rispose dalla stanza di sopra:
   <<Aspetta, aspetta... In questo momento si sta preparando ad entrare Roberto Baggio>>.
   Boreddu spalancò la bocca e la tenne spalancata a lungo. Poi si scosse e commento:
   <<Baggio?! Ma siamo impazziti? Quello non gioca più da due anni!>>.
    La voce di Margherita sembrava ormai provenire da un mondo arcano e remoto:
    <<C’è anche Gigi Riva che si sta riscaldando>>.
   <<Riva!? Ma se avrà almeno sessant’anni>> si lasciò scappare Boreddu, sempre più frastornato.
    <<Non lo so quanti ne ha – rispose la voce lontana di Margherita -, però in questo momento sta per entrare Gianfranco Zola>>.
    Boreddu si appoggiò alla pianta di ficus, rischiando di capovolgersi con essa.
    << Ma che cavolo di Mondiale è questo!? - si lamentò. – Zola si è ritirato l’anno scorso!>>.
    <<Quando messa non funziona, si fa appello a tutti i santi!>> sentenziò Rashid. E aggiunse: <<Io già visto questa partita. Italia batte Francia ai rigori sei a quattro... Allora facciamo tre panetti di tritolo?>>
    <<T’ho già detto che non ho tritolo in casa: non sono mica scemo... Ma che significa che hai già visto questa partita? Non mi dirai che è in differita!>>
    Rashid levò gli occhi al cielo, congiunse le mani e rispose con aria ispirata:
   <<Io visto in altra vita. Io già fatto tre campionati mondiali di calcio  in due reincarnazioni... Metempsicosi, tu capisce?... Allora, due kilo?>>
    Boreddu barcollò vistosamente:
   <<Qui qualcun mi sta prendendo per il culo! E che cos’è questa storia della  metepsi... cosa?>>
    Fu allora che Rashid, detto Mandrache, scatenò la sua libidine misteriosofica:
    <<Tu ricorda Platone, grande filosofo? Qui, in tua testa, anima razionale: molto logica, grande ragionamento, due più due quattro kilo... Poi qui, in tuo cuore, anima eroica, molto coraggiosa, grande patriota balente: forza paris, forza Italia... E qui, in tuo pirillino, piri-piri-piri, anima concupiscente... Tu concupisce?>>.
    <<Beh, sì, certo - rispose Boreddu imbarazzato, portando le mani in basso, a istintiva difesa delle palle: - almeno una volta la settimana>>.
    <<Sempre che  non ci sia la partita>> precisò dall’alto Margherita, che per questi argomenti aveva un udito finissimo.
    <<Vabbe’, ma che c’entra tutto questo!>> s’inalberò Boreddu.
    <<Io Rashid – rispose Rashid di Lhasa – e ho cercato Karma che è mio destino, e mio Karma è buono per Metempsicosi. Prima reincarnazione, mia anima concupiscente in maialo. Seconda reincarnazione, mia anima eroica in centramento...>>
    <<Centramento?!>>.
    <<Centravanti di sfondamento in Nazionale tibetana: io eroe nazionale, sì. E adesso, per mia terza reincarnazione, mia anima razionale cerca supremo Nirvana filosofico per vincere passione dei sensi... Va bene uno kilo? Io pago>>.
    La voce del telecronista aveva intanto assunto un tono eroico, da cinegiornale dell’istituto Luce:
    <<Ma ora, in un tripudio di folla plaudente, fanno il loro ingresso in  campo Roberto Baggio, Gigi Riva e Gianfranco Zola, mentre ai bordi del terreno di gioco, lungo la pista, si stanno riscaldando il Presidente emerito Francesco Cossiga e il Governatore della Sardegna Renato Soru!>>
    <<Forza paris!>> urlò Margherita, saltando per tutto il piano superiore con le mani chiuse a pugno.
    <<Mezzo kilo?>> incalzò implacabile Rashid.
    Boreddu si passò una mano sugli occhi, poi gonfiò il petto e infine ruggì sordamente:
    <<Sentimi bene, Alì Babà delle mie palle! Da quando tu hai messo piede in questa casa, stanno succedendo cose turche qua dentro. Perciò tu adesso mi aspetti qua sotto due minuti, io ti porto la tua roba, ma dopo tu... scarpinare, chiaro? Esci dalla mia casa e dalla mia partita, ve bene?>>.
    Ciò detto, Boreddu fece per infilarsi nella porta della cantina, quando si sentì la voce del telecronista che commentava una surreale partita, completamente fuori dal tempo:
    <<Ed ecco che Zola riceve il pallone direttamente da Baggio e la passa sulla sinistra a Riva, che s’invola eroicamente con la sua veloce falcata...>>
    <<Riva grande campione, molto  balente... – esclamò Rashid. – Ma lui non spara da dietro i muretti...>>.
    L’ultima battuta di Mandrake arrivò alla coscienza di Boreddu come una stilettata di luce che gli trapanò il cervello, riportandogli cuore e memoria ad un passato lontanissimo, che credeva di aver dimenticato per sempre:
    <<Che cosa hai detto?>> esclamò guardando il pataccaro tibetano con occhi spiritati.
    <<Io detto solo che Riva è stato grande campione>> rispose Rashid con una gran faccia da schiaffi.
    A Boreddu non restò che precipitarsi in cantina, dove rimase dieci secondi contati: il tempo sufficiente a recuperare un vecchio tascapane militare e a portarlo nell’appartamento.
   <<Ecco qui! – esclamò con affanno. – Qui dentro non ci sono panetti di tritolo, ma tre bombe a mano tedesche della seconda guerra mondiale. Con queste puoi far fuori tutti i ministri che vuoi, va bene?>>
    Rashid era perplesso:
    <<Se tu dice che è stessa cosa di tritolo, io ci credo, compare Marrapiccu. Ma come funziona?>>
   Boreddu tirò fuori una grossa bomba a mano e indicò la linguetta:
   <<E’ facilissimo! Tu devi solo tirare questa linguetta e contare fino a dieci...>>
   <<Dieci come dita di mano?>> esclamo Rashid, aprendo le sue manone.
   <<Esatto! Ma quando finisci di contare le prime cinque dita, non mettere la bomba tra le gambe, per contare con l’altra mano, hai capito? Se no ti saltano le palle>>.
   <<Tranquillo!>> ribatté Rashid, tirando fuori dal taschino un pacco di banconote e afferrando al volo il tascapane. E aggiunse, prima di uscire dalla stanza: <<Tu brava persona... Tu ricorda, compare Nero ke pece,  quando tu morire...>>.
   <<Oh, ma non sai parlare d’altro?>> protestò Boreddu.
   <<Magari fra cinquant’anni, va bene? Quando tu andare lassù, tu chiede il tuo Karma, hai capito? Karma è il tuo destino>>.
   Così aveva parlato Rashid il tibetano, detto Mandrache il saggio. E nell’attimo del trapasso, subito dopo l’attacco micidiale del fulmine a ciel sereno, Boreddu Marrapiccu da Buddusò aveva trattenuto per un milionesimo di secondo proprio questa sequenza:
    <<Karma solo conta – diceva la voce lontana di Rashid: - Karma è il tuo destino>>.
    Splash!
    Ma ormai l’illuminazione era arrivata.
    Così, quando i neuroni della sua mente, ormai scissi dalle molecole fisiche e trasformati in pura energia, si dispersero nel tempo e nello spazio, sconosciuti a se stessi, a Boreddu non fu difficile riunirli in squadra, perché gli era noto il suo destino. E dopo aver superato l’imbarazzo della “prima volta”, fu in grado di presentarsi a chi di dovere e di domandare con voce sicura:
    <<Scusi... per il Kamasutra?!>>



  

giovedì 10 febbraio 2011

MISTER PARKINSON 9

MISTER ARKINSON 9

9^ PUNTATA

Lo so, lo so: sono in grave ritardo anche per questa puntata. Purtroppo, però, ho il dubbio che Mister Parkinson stia tramando qualcosa che m’insospettisce e mi preoccupa parecchio. Ad esempio: ha convinto (secondo me) il mio neurologo di fiducia ad aumentarmi la dose di farmaco di simil-dopamina, quasi raddoppiandone le dosi a colazione e a cena,  salvando soltanto il dopopranzo. Il risultato positivo è che il mio braccio destro è un pochino più operativo di prima e si stanca anche di meno,  per cui posso restare seduto al computer per diverse ore.
Ma i problemi veri vengono fuori quando infine mi alzo dalla sedia per  le normali attività casalinghe (oltre che corporali), e scopro così di avere una gamba destra che sembra non reggere il peso della zona di schiena corrispondente, che a sua volta  sembra essere stata colpita da una fucilata a pallini, A questo punto il mio alter ego scansafatiche mi dice con aria melensa: “Hai visto? Il Doctor Jekil e Mister Parkinson hanno colpito ancora. Perciò, sdraiati e riposa”.  Consiglio sbagliato, come al solito. Lo ha capito bene mio figlio Mauro, il più piccolo della nidiata (bah, nidiata! Lui ha già trentacinque anni, mentre Bruno, il terzo nato, ne ha ben 43; Stefano ed Enzo Paolo, i primi due, invece, ne hanno... Beh!  ve lo dico la prossima volta).
Mauro fa lo psicologo con Iole ed è un buon osservatore della realtà. “La risposta alla sedia di due o tre ore – mi dice - non è il letto, ma il movimento. Se non hai voglia di farti una camminata, prova con la ciclet”. Io allora obbedisco e salgo su questo stano trabiccolo che  sta alle mie spalle, nello studio, con i braccioli sollevati che lo fanno rassomigliare, nella penombra, ad un frate che prega per la mia salute ed è in attesa dell’obolo.
La biciclata sulla ciclet funziona. Ma funziona molto meglio quando Bruno – che fa lo sceneggiatore di fumetti per la Disney e Bonelli: due tipi tosti non hanno mai nessuna voglia di aspettare  - decide di scaricarmi a casa i miei due nipotini,  Marco e Sara, soprattutto quando deve elaborare un soggetto, da consegnare in tempi brevissimi.
I nipotini sono una straordinaria magia terapeutica e di recupero. Con loro la dopamina sembra ritornare alla base alla grande. Marco, il più grandetto, che ha già scalato le elementari e frequenta  ormai la prima media, ha un obiettivo fondamentale nella vita: diventare un Pokemon; ma siccome prima deve fare una montagna di compiti a casa, scarica per terra lo zainetto più pesante che io abbia mai visto e si chiude nella stanza di Stefano (che vive solitamente a Milano, dove anche lui lavora sui fumetti), con l’aria del carcerato a vita. Ma basta un cartone animato in Tv, alla fine dei compiti, per riportarlo al suo sano mondo di Dragoni fatati e di Sponge-Bob da scompisciarsi..
Sara, invece, che fa la terza elementare e ha tre sane maestre che odiano i compiti a casa,  se ne libera in una mezzoretta e poi se la svigna sulla nostro grande terrazzo che copre i garages del cortile, dove incomincia  a rimettere a posto le piantine dei fiori, che il vento ha disperso tra le casette di plastica che contengono i suoi otto anni di giochi da terrazzo.
A questo punto però, devo fermarmi perché  il dovere mi chiama a compilare la solita locandina quindicinale per la presentazione di un nuovo esperto di storia locale, che presenterà da Nemo (la libreria di Enzo) il protagonista del suo “Libro del cuore”, che questa volta si chiama Sandokan e comanda le tigri della Malesia. Quest’anno, infatti, cade il centenario della morte del mitico Emilio Salgari, che ha riempito di avventure la nostra giovinezza e di quella dei nostri padri; ma lui, purtroppo, non ha potuto godersi la sua, perché fagocitato giovanissimo da una caterva di pseudo editori, che l’hanno spremuto come un limone, pagandolo con quattro “citti” (soldi), per poi piangerlo a calde lacrime di coccodrillo. quando il poveretto si suicidò per indigenza.
Il nostro esperto-lettore si chiama Gian Carlo, ma a Porto Torres tutti lo chiamano il “Balai Lama”, indovinate il perché... Comunque vada, ci sarà da divertirsi dopodomani pomeriggio, alle ore 18, in Libreria.
Chiudo questa puntata proponendo altre due vecchie  “Onde Anomale” del 2004, visto che quelle precedenti  sono piaciute parecchio ai miei più affezionati e partecipi compagni di viaggio in groppa la mio Blog.

ONDE ANOMALE
01.05.04

L’arte impiccante di “la Caddarana (lo scarafaggio) 

Ho visto anch’io in Tv lo scioccante “capolavoro” di arte moderna, esposto nel parco del Lambro di Milano,  dei tre fantocci di bambini impiccati ad un albero,  opera di un incredibile artista milanese, già miliardario ma comunque ancora ignoto,  che dovrei citare per dovere di cronaca, e non è detto che non lo faccia nel corso di questa rubrica, ma forse me ne dimenticherò ancora, perché ho il sospetto che è proprio questo che lui desidera, e cioè di essere citato, affinché si parli ancora di lui e del suo grandioso talento, oltre che della gran bella faccia di sindaco di Demetrio Albertini, lui sì citabile affinché ci si ricordi alle prossime elezioni di quando si esibiva in mutande alla televisione, ma anche  per via del gran sorriso sfoderato nell’inaugurare la grandiosa mostra all’aperto di tre fantocci vestiti Trussardi (che era lo sponsor dell’iniziativa e, dunque, anche lui da non dimenticare e da citare rigorosamente) appesi ad un altissimo ramo d’un albero a futura memoria, secondo le intenzioni del presunto quanto anonimo nonché ignoto artista, per evidenziare appunto il dramma dei tanti bambini bianchi ben vestiti e pettinati a dovere, con i calzini e le scarpe firmate,  che soffrono nel modo, o forse solo a Milano, in quanto nessuno “li caga” come dovrebbe. Contrariamente invece a quanto accade quasi tutti i giorni ai fortunati bambini neri o gialli, con mitraglietta a tracolla  o machete sulla nuca,  sempre presenti tutti i santi giorni in trasmissioni che nessuno guarda più tanto sono noiose e  stucchevoli,  oppure di piccoli mutilatini abbandonati nella giungla o di bambine avviate alla prostituzione in Tailandia o sui siti Internet per compiacere i pedofili, ma che  non sono più capaci di ispirare i giovani quanto ignoti talenti artistici, i quali si potranno chiamare in qualunque modo, ma nessuno sarà mai come questo signor Coso…Cattarun, Cattaran, Caddaran, (niente da fare, mi sfugge il nome: ma quando uno è anonimo è anonimo!) che i bambini li adora solo se di razza ariana, ben vestiti, pettinati, con i calzini firmati, impacchettati, impiccati, esposti ai tamponamenti degli autisti e scandalizzati.
   Poi se uno sale sull’albero, a rischio di rimetterci l’osso del collo,  stacca i pupazzi perché il suo nipotino che porta tutti i giorni al parco potrebbe scioccarsi,  e  infine appende per i piedi gli artisti ignoti,  in modo che la gente incominci davvero a riconoscerli,  allora dicono che è un pervertito.   


15.05.04

I misteri della melatonina perduta

   Esistono diversi sistemi per non guardare la Tv senza farsi notare dal “Grande Tubo” (catodico). Il primo e più efficace è quello di lasciare acceso il televisore e di  filarsela alla chetichella per recarsi al cinema o al teatro con tutta la famiglia. Un altro sistema raccomandato consiste nel giocare con lo zapping, passando con aria indifferente da un canale all’altro e facendogli credere che il canale del vicino è sempre più truculento, anche quando non parla di torture e di decapitazioni in diretta. E c’è poi il metodo scientifico, molto drastico, che consiste nello staccare la spina per almeno una settimana. Dopo di che, si portano i bambini al parco o a far spese, oppure li si fa disegnare e giocare al gioco dell’oca in piena libertà. E’ quanto stanno sperimentando i bambini di una scuola elementare di un paesino toscano, ai quali è stato proposto, appunto,  di fare a meno non solo della televisione, ma anche dei videogiochi e delle lampade alogene almeno per sette giorni, per consentire ad alcuno studiosi di giocare con i loro ormoncini.
   L’esperimento consiste nel cercare di dimostrare che l’esposizione al video e alla luce innaturale inibisce la produzione di melatonina, che è un ormone in grado di limitare la funzione sessuale (a saperlo prima, col cavolo che la producevo!), favorendo così l’anticipo della pubertà. Dunque, non è solo un problema di omologazione al globalismo imperante, di condizionamento ai “gossip” quotidiani dei telegiornali di regime e alle balle mediatiche dei politici in carica, ma è soprattutto una questione che riguarda le tappe naturali dello sviluppo. E questo spiegherebbe perché i nostri bambini diventino così tanto presto dei fan di Natalia Estrada.
   Devono averne vista parecchio da bambini, di televisione, Gorge Doppio Bush e il suo ministro Rumsfield, visto che l’ultimo ormone di melatonina inibitoria l’hanno scaricato  a Guantanamo. Mentre il nostre premier, invece, non deve averne vista molta, da bambino, se ha ancora voglia di nascondersi nei bunker sotto casa e di giocare al capitano Nemo con il suo Nautilus personale, stracolmo di belle sirene, ma non ricorda più a che cosa servono... Ma forse si tratta soltanto d’un equivoco istituzionale. Forse ha finalmente capito anche lui di non essere eterno, per cui vuole costruire qualcosa di veramente duraturo, magari un nuovo “Camp David” da donare allo Stato a fine mandato. Dopo di che, si recherà in volontario esilio nell’isola di Sant’Elena,  a meditare sui reconditi misteri della melatonina perduta*

*P.S. Come si vede, non è cambiato niente dal 2004. 
  

domenica 30 gennaio 2011

MISTER PARKINSON 8

MISTER PARKINSON 8

8^ PUNTATA

Chiedo scusa per il ritardo. In queste ultime due settimane sono stato impegnato nell’organizzazione di “eventi” culturali legati alla Libreria del nostro Capitano Nemo e non ho avuto il tempo di dare retta alle pretese egocentriche del mio alter ego Mister Parkinson. In realtà, non ne ho voglia nemmeno oggi. Perciò ho deciso di dare un’occhiata ad una mia vecchia “attività pregressa”, legata alla collaborazione con il giornale La Nuova Sardegna, per cui, fino a sei o sette anni fa, scrivevo una rubrica “free lance”, nel senso che non aveva scadenze precise e che proprio per questo si chiamava “Onde Anomale”.
Ho avuto modo di rileggere alcune  delle ultime puntate (risalgono al 2004 e al 2005), alcune delle quali mai pubblicate (e forse censurate), che oggi mi piace riproporle in questo mio Blog, che è di per sé “anomalo” anche lui. Vi si parla della strage Beslan del 3 settembre 2004, dell’ormai mitico, nonché iettatorio,  11 di settembre del 2001, ma anche di Viagra e del Principe Carlo che non sarà mai re. Perché lo faccio? Così, per il gusto di giocare un po’.
Bona lettura.

ONDE ANOMALE

4 settembre 2004
                                  
LA STRAGE DI BESLAN (163 bambini uccisi in una scuola dai separatisti ceceni)

Il primo impulso feroce, dopo la strage di Beslan, prima ancora del dolore e della rabbia, è stato quello di cancellare dal vocabolario e dal computer parole come: separatismo, autodeterminazione, diritti fondamentali, fondamentalismo, Cecenia. Mentre il nome Ossezia, che abbiamo imparato a conoscere solo l’altro ieri e che ci è piovuta addosso con tutta le sue orribili assonanze cimiteriali, ha invece  trovare subito un posto privilegiato tra i luoghi tragici della nostra memoria, da Ashwitz a Fallusja. Se prima, da disincantati osservatori dei fatti del mondo moderno nonché globalizzato e carogna, guardavamo con un pizzico di simpatia ai guerriglieri di quella regione dell’ex Unione Sovietica (ma solo perché il piccolo Zar dagli occhi di ghiaccio  della  nuova Russia ci stava sulle scatole) ora, con gli occhi pieni dell’orrore proveniente da quella scuola elementare, abbiamo davvero capito che pietà l’è morta, ma anche che la nostra capacità di comprensione è entrata in coma. Chiunque abbia avuto la ventura di governare per tantissimi anni una struttura educativa come quella vista in televisione, chiunque abbia avuto a che fare, per lavoro e per passione, con centinaia di bambini in piena fase di crescita, tutti profondamente fiduciosi nella capacità degli adulti significativi della famiglia e della scuola di difenderli dai pericoli della vita, potrà comprendere il senso di frustrazione, di umiliazione, di inettitudine che ci ha colpiti al cuore e alla gola, nel vedere le immagini di quei bambini seminudi correre alla disperata incontro a chiunque, disidratati, pieni di sangue, di dolore, di terrore senza nome.  Questa è stato il primo impulso feroce. Il secondo impulso, invece… Il secondo impulso, quello chiarificatore,  non c’è ancora stato. Perché niente ci toglie dalla mente che quegli uomini armati erano lì solo ed esclusivamente per uccidere quei bambini e quelle madri proprio nel  momento più eccitante dell’anno scolastico, durante la grande festa d’inizio delle attività. E non volevano trattare un bel niente con nessuno. Erano lì per testimoniare il loro fanatismo satanico,  per divulgare il loro veleno ideologico, per fare “Bum!” e basta. Forse più in là riusciremo a capire qualcosa, a trovare una qualche giustificazione ad un gesto così bestiale, ma solo quando sapremo se la piccola Alana di sei anni è sopravvissuta all’orrore del distacco forzato da sua madre Zalina, costretta a scegliere tra la sua vita e quella del fratellino che di anni ne aveva solo due.

P.S – Abbiamo letto oggi che la piccola Alana si è salvata, ma continuiamo ugualmente a non capire la bestialità dei terroristi ceceni in Ossezia.  


11 settembre 2004
                                  
DOPO L’11 SETTEMBRE DEL 2001
Dopo l’11 settembre il mondo non sarà più come prima, si sente dire sempre più spesso, soprattutto in televisione, dove questa data funerea sembra aver sostituito il 2 novembre. E il senso sembra essere quello di una svolta irripetibile, certamente unica (nessuno aveva mai osato attaccare gli Stati Uniti d’America in casa loro!). Ma di 11 settembre, in questo secolo e in quello precedente, ce ne sono stati un’infinità. Per dirne una, il più vicino a noi e il più tragico fu l’11 settembre del 1973, quando i jet militari di Pinochet diedero l’avvio a Santiago del Cile ad uno dei più grandi genocidi politici del mondo occidentale. Ce lo ha ricordato, sabato sera su Rai 3, il regista inglese Ken Loach, insieme ad altri dieci registi da tutto il mondo, ciascuno dei quali ha avuto 11 minuti e nove secondi per  ricordare il giorno e  il mese dell’attentato alle torri gemelle di New York. Undici  brevissimi e interminabili punti di vista, undici storie straordinarie di anonimi protagonisti di quel giorno fatidico, diventato ormai il simbolo negativo di un’epoca che prometteva ben altre prospettive per l’umanità.
   Una volta, da studenti,  ci si lamentava del fatto che i libri di Storia fossero pieni di date da studiare a memoria, e si chiedeva invece di ragionare di più sulle cause e sui fatti. Oggi ci rendiamo conto, invece, che le date contano molto di più dei fatti e che cause ed effetti si ripetono con sempre più devastante regolarità per mantenere il diritto ad essere trattenuti nella nostra memoria. Chissà cosa diranno i nostri pronipoti, fra cinquant’anni, a proposito dell’11 settembre del 2001. Era presidente dell’America George Bush primo o George Doppio Bush secondo? E l’11 settembre del ’73 come si chiamava il generale che ordinò agli aerei di bombardare  “La Moneda” di Santiago per annientare il legittimo governo cileno del presidente Allende? Augusto Pinochet o Hanry Kissinger? E se fosse stato quest’ultimo, come mai nessun tribunale internazionale lo ha mai giudicato per crimini contro l’umanità? Inoltre:  il 3 settembre del 2004, durante il massacro dei bambini di Beslan, chi regnava in Russia: il Ras Putin con la barba o quello senza barba ma con due grandi baffoni, che deportava in Siberia i ceceni? Forse ha ragione il vignettista Altan, quando su Repubblica fa dire ad un suo personaggio che “è ora che l’umanità si dimetta”. A volte si ha l’impressione che le dimissioni siano avvenute da molti anni. Ma nessuno vuole seriamente crederci. Nemmeno noi.



9 aprile .2005

IL MATRIMONIO DEL PRINCIPE CARLO

Si può, dopo questa lunghissima Pasqua dominata dalla passione del papa più venerato al mondo da chissà quanti secoli, riprendere a sorridere un po’ dei piccoli malanni dei piccoli grandi uomini del nostro secolo? Parliamo del principe Carlo, naturalmente, e del suo sfigatissimo matrimonio con la sua amatissima Camilla. Già il fatto di essere ancora un semplice principe a 55 anni suonati dev’essere per lui una sofferenza tremenda. Se io Biancaneve, dopo quarantenni di catalessi, fossi stata baciata da un principe azzurro già decrepito come il cucco, mi sarei girata dall’altra parte e buonanotte al vecchio.  Per non parlare della faccenda del matrimonio in Municipio, come comuni mortali,  a scavalco tra una coppia di tassisti e una di semplici operai, per di più  senza telecamere al seguito perché tutte impegnate nel più grande concorso ippico del regno, in cui,  a quanto pare, la plebea Camilla non sarebbe stata bene accetta nemmeno ai nastri di partenza.  Loro avrebbero voluto sposarsi più regalmente nel grande Castello di Windsor, ma non è stato possibile perché sembra che, per via della rigida regola fiabesca del numero tre, se il principe e la sua amata si fossero sposati a Windsor, per i prossimi tre anni qualunque mortale avrebbe potuto chiedere di sposarsi nello storico castello, e il rospo non si sarebbe mai trasformato in regina.
   Ma la cosa più terribile  per l’ancora principe di Galles e  la sua regale consorte  dev’essere stata la gimcana del loro matrimonio tra una morte mediatica eccellentissima e l’altra: prima il papa Giovanni Paolo II, con l’omaggio di tutti i potenti della terra,  e poi la scomparsa di Ranieri di Monaco, anche lui principe semplice di complemento, ma già vedovo di una regina di fatto, sia pure di celluloide: e non vorremo mettere di certo Camilla con Grace Kelly, vero? Chissà perché, mi viene in mente la storia di Zuniari, sassarese di “la Conza”, autista pro tempore della regina Elisabetta, il quale provoca un incidente alla macchina del principe Filippo, mandandola fuori strada;  e, alle rimostranze dell’altro autista che lamenta d’aver messo in pericolo addirittura la vita del viceré, lui apre la sua portiera e risponde: <<E acchì chista, meldha ti pari, ah?!>>. (“E perché, questa ti sembra cacca?”)

(Mai pubblicato)


1 giugno 2005

SE ANCHE IL VIAGRA FA BRUTTI SCHERZI
Si può ancora sorridere in un paese mediatico come il nostro, dove neppure Berlusconi riesce più a far passare le sue barzellette in  orario pre serale, per ragioni di “par condicio” col faccione sempre più triste e floscio di Prodi alle prese con le grandi manovre centriste del suo ex partito? E’ possibile sganasciarsi un pochino dopo cena, quando le trasmissioni satiriche, quando ci sono, vanno tutte collocate in orari notturni? Eppure le notizie divertenti non mancano di certo, ma sono relegate in seconda o terza serata, per non disturbare i manovratori. Per esempio, la storia  dell’abuso di  “Viagra” che renderebbe ciechi sarebbe una manna per un buon cabaret serale. E invece te la raccontano del segreto della notte, quando i bambini sono già tutti a letto.
   Pare, comunque,  che una trentina di ex arzilli vecchietti siano incorsi in questo incredibile inconveniente, che sa più di leggenda metropolitana che di storia vera. Perché se fosse autentica, si tratterebbe probabilmente di un equivoco comunicativo. E’ possibile, insomma, che nessuno abbia detto ai poveri vecchietti che la miracolosa pillola azzurra funziona soprattutto in occasione di accoppiamento. Perciò i poverini, trovandosi soli con un “coso” lungo così, ne avrebbero fatto un abuso solitario, incorrendo in tal modo nell’antico anatema di quei vecchi prelati della nostra infanzia, secondo cui a fare “certe cose” si diventa ciechi. E, puntuale come un referendum, l’anatema ha funzionato.
   Ma la maledizione, a quanto pare, non finisce qui.. Alcuni avvocati americani hanno scoperto che l’abuso del pillolone avrebbe provocato in molti loro clienti un irrefrenabile desiderio di darsi al gioco delle scommesse - cavalli, motociclette, slot machines, poker,  eccetera – rimettendoci interi patrimoni (Toh! Non vi ricorda la sesta puntata di questo blog? Non sarà che il Viagra l’avrà inventato Mister Parkinson?!). A questo punto è facile ritenere che fra breve il pillolone  azzurro potrebbe essere ritenuto responsabile di istigazione alla droga, di fuorviare i bambini  dal giusto rispetto per gli anziani, di clonazioni abusive e forse persino di terrorismo. Ragion per cui, appare più che giustificato l’anatema secondo cui  non basta dire semplicemente “No” al Viagra solitario: bisogna anche astenersi dal  recarsi in farmacia a comprarlo, altrimenti ti manca la vista e ti si seccano anche le mani.

(Ultima puntata della serie. Decisamente censurato, forse perché concomitante col referendum sulla procreazione assistita))

venerdì 14 gennaio 2011

MISTER PARKINSON 7

MISTER PARKINSON 7

7^ puntata

Morbo o malattia, che differenza fa?

Sempre a proposito di Mister Parkinson (giusto per non perdere il filo del discorso), su  Google-Internet sembra essersi aperta una diatriba di tipo semantico, legato alla definizione del malanno in questione, che lì viene denominato insistentemente come  “malattia” anziché “morbo”, come invece lo  definì nel  1817 il suo scopritore , il dottor James Parkinson.
La questione non è faccenda da poco. La parola “morbo”, infatti, sa di medioevo lontano, quello collegato alle epidemie di peste o di colera o di diarrea cronica che non lasciavano scampo; mentre una bella e sana  “malattia” può passare per un semplice e legittimo impedimento, da utilizzare anche in ambito di lavoro, magari per farsi stilare un piccolo certificato medico per un paio di giorni di assenza dal servizio (o dal tribunale). Pensiamo, invece, ad un “morbo” vero e proprio: <<Capo, c’ho un morbo allo stomaco che m’impedisce di venire in ufficio per questo week end>>. Apriti cielo! Qui ti mandano a casa  tre medici fiscali, che ti rinchiudono in un lazzaretto e buttano via la chiave.
E tuttavia, non manca chi contesta, sostenendo che un sano e romantico “morbo” è più  sopportabile (e, comunque, più morbido) di una feroce “malattia”, che sa di “male” e di  “maledizione”, che a loro volta stanno per “malaugurio” e “pindacceria”.
Comunque lo si voglia definire, io continuerò a chiamarlo semplicemente Mister Parkinson.

La novità vera di questa puntata è la scoperta che, da un po’ di tempo, con Iole abbiamo incominciato a modificare gli scaffali del mio studio, trascurando per la prima volta i libri di narrativa e quelli per ragazzi, per sostituirli pian piano con testi di Medicina e, in particolare, con trattati che sappiano descrivere il mio cervello. Chissà? Forse studiando meglio i miei neuroni a specchio, le sinapsi e i lobi frontali, riusciremo a capire perché e quando la mia dopamina se l’è svignata.
D’altro canto, il nostro compito è facilitato dalla presenza, nella nostra vita, di una  vera e propria libreria, che nostro figlio Nemo gestisce a Porto Torres (in realtà lui di nome fa Enzo Paolo, ma i ragazzini del quartiere lo chiamano Capitano Nemo, per via del nome scelto proprio per quella libreria). Da un po’ di tempo, a causa delle richieste della clientela,  sono cresciute a dismisura nella zona centrale del negozio due ripiani contenenti:
a)  un incredibile numero di libri di cucina, da “Cotti e mangiati” a “Abbasso la  trippa”,  che laTv non  fa altro che pubblicizzare tutti i santi giorni a tutte  le ore, presumibilmente per accontentare gli sponsor di arte culinaria e di pasta Barilla. Si vendono come i panettoni a Natale.
b) un ricco patrimonio di testi di Psicologia, Sociologia e Medicina, che ci hanno subito insospettito. In un primo momento abbiamo pensato  che ai distributori di libri avanzassero scantinati interi di testi di questo genere, completamente invenduti, che ora rifilavano al Capitano Nemo, giusto per scaricarsene un bel po’. Ma poi, quando abbiamo dovuto verificare di persona la bontà esplicativa di questi testi scientifici, soprattutto in relazione all’esistenza stessa di Mr. Parkinson, ci siamo accorti che la maggior parte di questi libri sono scritti da persone  qualificate, che però hanno deciso di personalizzarli, rendendoli gustosi a qualunque (o quasi) tipo di lettore. Per questo vanno quasi a ruba.
Alcuni di questi libri sono dei veri e propri romanzi-verità, scritti da professionisti della disciplina in questione – medici, psicologi, sociologi, etc. -, desiderosi, finalmente, di farsi capire.
Il vero alfiere di questa rivoluzione comunicativa è il grandissimo Oliver Sacks, professore di Neurologia all’Università di New York. <<Sono un appassionato lettore di storie cliniche – scrive di lui Pietro Citati -, ma non ho mai letto dei racconti psicologici così intensi come quelli narrati da Oliver  ne “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello...E’ un libro che vorrei consigliare a tutti: medici e malati, lettori di romanzi e di poesia cultori di psicologia e metafisica, vagabondi e sedentari, realisti e fantastici>>.
Mi associo in pieno al consiglio dalla A alla Zeta. Sacks non è un semplice neurologo, ma un geniale indagatore e comunicatore di verità scientifiche, capace di trasformarle in poetiche condizioni di vita, anche le più estreme, e soprattutto di renderle accettabili. Uno dei suoi romanzi scientifici più noti, intitolato “Risvegli”, diventò un bellissimo film di Penny Marshall, candidato all’ Oscar nel 1990, con Robert De Niro e Robin Williams. Il film racconta la storia autobiografica dello stesso Oliver Sacks che scopre gli effetti di un nuovo farmaco, l’L-Dopa (sostitutivo della dopamina), che si rivela particolarmente efficace nella terapia del morbo di Parkinson. Sacks somministra il novo farmaco ad un paziente affetto da Encefalite letargica”,  simile al parkinsonismo, e De Niro si risveglia, insieme ad altri ammalati come lui, rivivendo (ma solo illusoriamente) una nuova vita..
L’ultimo trattato-romanzo del nostro neurologo scrittore s’intitola “Musicofilia”, dove Sacks scopre le enormi possibilità terapeutiche della musica nella nostra vita, in quanto <<L’ascolto della musica è un’esperienza non solo  uditiva ed emozionale, ma anche motoria>>, e in quanto tale, può essere utilizzata in numerosi settori della nostra esperienza quotidiana.
Esperienza che io cercherò di trasmetterò all’ineffabile Mr Parkinson affinché mediti anche lui sulle emozioni altrui. Perciò prima o poi gli presenterò (ma molto alla lontana) Monsieur Alzheimer, alter ego di un’anziana signora che conosco da una vita.
Monsieur Alzheimer le si presentò con molta discrezione alcuni anni fa,  subito dopo la morte dolorosa del marito. Naturalmente l’ineffabile monsieur era già in agguato da tempo, perché anche nel  suo caso trattasi della fuga dal cervello di un neurotrasmettitore, e cioè di una molecola fondamentale per la conservazione della memoria..
La signora in questione, indebolita dalla sofferenza per la lunga agonia del marito, è ormai prigioniera di Monsieur  Alzheimer, sia pure nella sua prima fase, che la priva della “memoria breve”: il che significa che lei ricorda benissimo gli anni magici  vissuti  con un marito burbero, ma anche affettuoso, e con due splendidi figli, che gli hanno dato dei nipotini bellissimi; anni, però,  che si perdono nel vuoto della memoria quando i fatti  che  la riguardano sono troppo ravvicinati. In questi casi, secondo i neurologi, la sopravvivenza si trova soprattutto nei punti di riferimento della propria vita: i figli, i nipoti e il proprio habitat naturale, e cioè, la propria casa.
Se avete una certa età e una memoria di m..., diffidate di chi vi propone una vecchiaia da favola presso un istituto per anziani, perché anche se fosse il più bello del mondo, non riuscirebbe mai a sostituire la sicurezza  della vostra vera casa, non solo dal punto di vista affettivo, ma anche da quello “topografico”, nel senso che anche nelle fasi più critiche del suo malanno mnemonico, la signora in questione riesce a muoversi nel suo habitat  con assoluta tranquillità. Grazie anche alla sua vecchia passione per la bella musica e le belle canzoni che hanno accompagnato la sua vita. Così, quando deve muoversi per raggiungere gli spazi desiderati della sua casa, lei canta a bassa voce una delle tante melodie della sua gioventù e muove diritta dove vuole. Se deve andare nella sua stanza da letto, lei intona “No poto reposare” e non sbaglia un mattone; se deve andare in cucina, dove fa tutto lei, (nonostante la presenza attenta della sua badante), la sua voce melodiosa da contralto intona una vecchia canzone napoletana. Ed è lì che ogni suono e ogni nota, al di là del senso delle parole, diventano di volta in volta un cassetto da aprire, del cibo da cucinare e un tavolo da apparecchiare... Ma a capotavola rimane sempre una sedia vuota.

giovedì 6 gennaio 2011

MISTER PARKINSON 6

MISTER PARKINSON 6

6^ puntata

A proposito di slot machine e di sesso a gogò

Dunque, il mio ineccepibile “bugiardino” del farmaco quotidiano (e cioè, il foglietto informativo di cui abbiamo parlato nella terza puntata di questo blog) aveva ragione nel mettermi in guardia contro l’eventuale nonché “inusuale stimolo a giocare d’azzardo o un aumento  dello stimolo e/o del comportamento sessuale”, a causa dell’uso smodato della mia medicina giornaliera, l’implacabile ***, che contiene tra i tanti componenti anche il famigerato “Ropinirolo”(detto anche “Rapinirolo”, e si capisce il perché!). Leggo infatti, sul Corriere della sera  del 5 gennaio u.s. di un pensionato di Viareggio che assume un farmaco simile al mio, ugualmente non nominato e, dunque, identico. Questo giovanotto, che oggi ha solo 70 anni, convive con Mr Parkinson da più di 10 anni e,  a quanto pare, il farmaco che assume per tre volte al giorno avrebbe subdolamente convinto il nostro amico a giocare d’azzardo, proprio come da copione.
 «Mi hanno curato con un farmaco anti Parkinson – ha raccontato  agli inquirenti, durante la sua denuncia -, che come effetti collaterali provoca un’irrefrenabile spinta al gioco d’azzardo. E io ho giocato perdendo tutto».
Si parla di ben 300 mila euro e passa. Tutti perduti alla roulette? Oppure al poker o al calciobalilla? Niente affatto: sprecati al tabacchino con il gratta e vinci. Già, proprio così! Perché bisogna sapere che i tempi delle mitiche case da gioco alla Hitchikock  sono finiti e che persino il poker è un giochetto per ragazzini. Oggi dominano i misteriosi tabaccai e i cupi baristi delle slot-machine e soprattutto delle schedine del gratta e vinci. Tu gratti per caso una schedina di “Chi vuol essere milionario” e pochi attimi dopo ti ritrovi prigioniero di un sistema perverso che ti spinge a grattare con una monetina insignificante tutto ciò che appare grattabile, compresi i sogni e la cartella delle tasse. Ho visto decine di signore di buona famiglia scrostarsi le unghie (si fa per dire) su cartoncini colorati e pieni di numeri, alla ricerca di doppie o triple combinazioni, capaci di regalare pochi spiccioli e tanti mugugni di rabbia..
Ma ritorniamo al nostro imprudente settantenne giocatore d’azzardo. <<Il problema – ci spiega il Corriere -  è che quando nel 1999 l’ex commerciante ha iniziato la cura, il devastante effetto collaterale della dipendenza da gioco pare non fosse segnalato nelle avvertenze del medicinale (la segnalazione sarebbe comparsa nel cosiddetto «bugiardino» solo nel 2005) >>.  Perciò il nostro sodalo parkinsoniano si è scatenato inconsapevolmente con le slot-machine, i gratta e vinci, i bingo e i “Crapuloni per sempre”, facendosi risucchiare, giorno dopo giorno,  i risparmi di una vita
Anch’io ho giocato un paio di volte a “Turista per caso” o roba simile, vincendo spesso un’altra scheda (strano: il mio computer non ha scritto “scheda” , ma“sedia”, forse nel senso di: “Prego: si sieda e apra la tombola”... Che sia d’accordo col  tabaccaio?) da grattare e buttar via. Una volta ho vinto ben 15 euro, a fronte di una spesa iniziale di soli cinque euro. Avrei  potuto andarmene, intascando i dieci di guadagno, ma la situazione favorevole mi ha spinto,quasi inesorabilmente,  a rischiarli in un altro paio di schede, che si sono bloccate a quota zero. Perciò ho smesso, nonostante il parere contrario di Mister Parkison, che puntava al milione. E ora che so di poterci rimettere il valore della mia pensione dei prossimi dieci anni, prometto che non entrerò più in un tabacchino o al bar senza una scorta armata.
Ovviamente, se poi capita una buona occasione, magari del tutto casuale, mentre stai aspettando il tram accanto a una slot-machine, oppure, mentre gironzoli senza una meta precisa e ti ritrovi all’Ippodromo, dove qualcuno ti segnala un cavallo che sembra un brocco ma che in realtà e Furia  cavallo dell’West truccato da bonaccione, tu che fai?... Okay, Iole, va tutto bene! Stavo solo scherzando.
La cosa più strana è che questa sorta di gioco a perdere attrae sempre di più persone di ogni età, non necessariamente affiliati a Mr Parkinson, ma forse e più semplicemente attirati da un miraggio di ricchezza che viene promessa, con incantesimi comunicativi moderni, come se fosse davvero alla portata di tutti. Perciò è facile immaginare che cosa passi per la mente di ciascuno di questi giocatori solitari  che invadono tabaccherie e bar con un sogno dentro:  <<Complimenti! Lei ha vinto due milioni di euro. Ora non dovrà fare altro che dividerli in quote uguali e consegnarli ai suoi figli precari, che non vedono l’ora di rinchiuderla in un ospizio per vecchi, allo scopo d’impedirle di sprecare al gioco la quota di sua competenza>>.
Invece, riguardo all’altro avvertimento del bugiardino relativo all’ “ aumento  dello stimolo e/o del comportamento sessuale”, ci sfugge il nesso con i cosiddetti  “effetti indesiderati” del Ropiniloro, che nel caso specifico potrebbe al contrario beneficiare di un benevolo quanto gradito benestare da parte della maggioranza dei parkinsoniani. Non si può buttare tutto nella pattumiera, perbacco! Ragion per cui,  cerchiamo di ragionarci sopra con ponderazione e con atteggiamento distaccato e quasi scientifico. Ad esempio, quel “e/o” sbarrato nel bel mezzo significa  forse che lo “stimolo” potrebbe relazionarsi correttamente con il “comportamento sessuale”, nel senso darwiniano che a ogni stimolo sessuale, inteso come azione,  corrisponde una reazione uguale o, comunque, non troppo contraria? Oppure può essere interpretato come un optional compensativo, nel senso che lo stimolo stesso potrebbe seguire regole proprie, indipendentemente  dall’azione implicita nel comportamento sessuale in senso lato? (Ma che c... sto dicendo?).
Insomma, a pensarci un pochino, si potrebbe addirittura credere che ci troviamo di fronte ad una promessa di tipo platonico, se non proprio di una presa per i fondelli, giusto per far passare in secondo piano la faccenda dell’ istigazione alle scommesse fasulle.
Comunque si voglia porre il problema, per quanto mi riguarda personalmente, giuro solennemente che, nel caso specifico, non denuncerò mai nessuno, a prescindere. A patto però che il comportamento stia almeno alla pari con lo stimolo. E che la presenza  costante, silenziosa e un po’ tremula di quello stronzo di Mister Parkinson sia discreta e anche un po’ morta di sonno.